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Ranucci, Amazon e CGIL: lo scandalo non è la talpa

Ranucci porta in TV lo spionaggio Amazon contro il sindacato. Ma in casi così bisogna chiedersi perché accadono. Se un sindacato non protegge più i lavoratori e ha perso la bussola, il problema non è la talpa. Il problema è la miopia di chi fa finta di non vedere la realtà.
Scena di una riunione sindacale riservata. Un infiltrato registra di nascosto il dibattito, con documenti sparsi sul tavolo.

Lombardia, settembre 2018. Un gruppo di lavoratori e sindacalisti si ritrova per preparare una trattativa con Amazon. Non è un comizio in piazza. Non è un evento aperto. È una riunione interna, fatta per parlare senza paura e senza occhi addosso.

Secondo l’anticipazione dell’inchiesta raccontata da Sigfrido Ranucci, tra i presenti ci sarebbe stato un infiltrato. Una registrazione avviata di nascosto e poi finita dentro la catena aziendale. Se fosse confermato, sarebbe un fatto serio, perché tocca il principio di libertà dei lavoratori.

Ranucci fa un lavoro prezioso. Oggi non sono molti i giornalisti disposti a guardare certi poteri da vicino. Report resta una delle poche trasmissioni che prova ancora a raccontare ciò che di solito viene lasciato sotto il tappeto.

Molte delle sue inchieste hanno valore e impatto reale. Ma, come capita a chiunque, anche lui può sbagliare mira. E in questa vicenda, purtroppo, sembra aver scoperto l’acqua calda.

Le aziende non hanno bisogno di spiare

Nel mondo del lavoro la storia della spia piace perché sembra un thriller. Nella realtà è quasi banale. Un’azienda non deve far registrare un’assemblea per sapere chi partecipa. Lo sa già, lo sa prima ancora che inizi, non solo è proprio lei a concederla.

Un’assemblea si comunica indicando giorno e ora. È normale. È previsto dai contratti di lavoro che firma proprio il sindacato. E vale ovunque. Tutti i lavoratori hanno diritto a partecipare, anche chi non è iscritto.

E in molti casi, se lo vuole, può partecipare anche un capo reparto o un responsabile, perfino solo per ascoltare. Non è fantascienza, è vita di fabbrica, un diritto acquisito negli anni settanta del 900, quando il sindacato contava davvero.

Quindi la lista dei presenti non è un segreto rubato, è un’informazione già disponibile. E raccontarsi la favola della spia serve solo a distrarsi. Peraltro, aziende di queste dimensioni non hanno bisogno di delatori per capire chi è vicino al sindacato.

Lo capiscono da sole. Lo vedono ogni giorno, nei reparti, nei turni, nei movimenti. Anche quando la distanza dai sindacalisti è minima: pochi metri, a volte pochi centimetri. Per non parlare di quelle più piccole, in cui il sindacato nemmeno si può avvicinare.

E se qualcuno va a riferire al capo quello che ha sentito, non serve nessun cappuccio nero. È una dinamica vecchia come il lavoro: c’è sempre stato chi ascolta, chi annota e chi riporta. Il controllo non nasce dallo smartphone. Lo smartphone semmai rende più comodo ciò che esiste da sempre.

Il controllo è già dentro l’organizzazione aziendale, e spesso anche dentro quella sindacale, che si parlano e si incastrano attraverso il contratto di lavoro. Solo che oggi quei contratti, troppo spesso, valgono meno della carta con cui i lavoratori si puliscono le mani.

Lo scandalo vero: un sindacato che non sa più proteggere

E allora qual è il punto? Il punto è che il sindacato, oggi, non riesce più a fare ciò per cui esiste: proteggere chi lavora. Quando questa protezione manca, il lavoratore resta esposto e diventa un bersaglio facile del sistema che lo controlla dal mattino alla sera, senza nemmeno il bisogno di spiarlo.

La CGIL in particolare continua a muoversi come se il tempo si fosse fermato. Si fanno annunci, si alzano i toni, si recita la lotta. Ma poi si organizzano iniziative che scaldano l’aria e non cambiano i salari. Il lavoratore si espone, paga il prezzo e scopre che dietro non c’è nessuno.

Negli anni è passata una valanga di leggi e norme che ha svuotato la forza collettiva dei lavoratori, quella che un tempo si chiamava classe operaia. Oggi quella compattezza è stata frantumata. E un lavoratore isolato conta poco, anche quando ha ragione.

Il conto lo paga chi lavora: salari che arretrano e welfare che si sbriciola

Qui sta la verità che nessuno vuole guardare in faccia. Il lavoratore sente che il terreno sotto i piedi sta cedendo: la pensione si allontana, il medico di famiglia diventa un miraggio, le visite si pagano di tasca propria. E perfino l’istruzione smette di essere un ascensore sociale: i figli non salgono più, restano fermi al piano di partenza. Tanto che le nascite si riducono insieme ai diritti sociali, come se la speranza seguisse lo stesso declino.

E mentre lo Stato arretra, il portafoglio viene tirato come un elastico fino a spezzarsi. I contratti non recuperano potere d’acquisto. Ogni rinnovo viene venduto come “conquista”, ma in realtà assomiglia a una resa. Il salario resta lì, inchiodato, mentre la vita corre e presenta il conto ogni giorno.

Così non perdi solo soldi, perdi respiro e la serenità. E a forza di rinunciare diventi più povero anche dentro, perché capisci che ti stanno togliendo il futuro senza nemmeno dirtelo.

Questo è ciò che dovrebbe stare al centro di ogni inchiesta: non la scena della talpa, ma la lenta ritirata dei diritti. Perché è qui che si vede se un sindacato è ancora una difesa o se ormai è soltanto un’insegna appesa al muro.

La talpa è il diversivo perfetto, il re nudo resta sullo sfondo

Ecco perché la “talpa” rischia di diventare un diversivo perfetto. Una storia semplice, che si capisce subito, e che sposta lo sguardo lontano dal problema vero. Si parla del nemico esterno e ci si dimentica del vuoto interno:

Di un sindacato che ha perso i denti e fa finta di mordere. Del suo apparato che continua a stare in piedi anche perché al sistema conviene tenerlo in vita, concedendogli perfino il lusso della critica. Così il gioco delle parti non si rompe e tutto resta al suo posto.

Ciò che in molti non hanno ancora capito è questo: il sindacato di oggi non è più un impedimento per chi comanda. È un impedimento solo per i lavoratori. Per chi lo controlla dietro le quinte è uno strumento utile, perché canalizza la rabbia, la contiene, la rende innocua.

E allora, quando vedete un sindacalista urlare, uno di quelli che minaccia la “rivolta sociale”, sappiate che spesso sta recitando. Sta facendo la sua parte.

A quel gioco, vogliamo credere, è del tutto estraneo Sigfrido Ranucci. Ma se vogliamo davvero capire questa vicenda, dobbiamo uscire dal copione. Perché la notizia non è che qualcuno registri le assemblee dei lavoratori. La notizia è che i lavoratori non hanno più riparo.

Non servono talpe. Non serve offrire alibi a questa nidiata di classe dirigente. Chi controlla ha già tutto quello che gli serve. È un sistema che funziona benissimo… contro chi lavora.

Autore: CGL