C’è una parola da sempre considerata sacra in politica, e ancor di più nel mondo del sindacato: coerenza. Un termine che mal si concilia con le giravolte repentine, le firme sui contratti di lavoro che smentiscono puntualmente i proclami urlati nei megafoni. Analizzando la coerenza di Fausto Durante, Segretario Generale della CGIL Sardegna, il castello di carte sulla “difesa della sanità pubblica” crolla rovinosamente sotto il peso schiacciante dei fatti.
In questi giorni, Fausto Durante guida con foga lo stato di agitazione generale tuonando contro l’interim della Presidente regionale Alessandra Todde. Si erge a paladino dei 450.000 sardi senza medico di base, quasi un cittadino su tre: persone letteralmente abbandonate a se stesse e private dell’accesso primario alle cure tramite il portale Sardegna Salute.
Eppure un’attenta analisi dei movimenti del Segretario e delle logiche contrattuali portate avanti dalla CGIL rivela uno scenario inquietante. Emerge infatti un “doppio gioco” furbo e depistante che sta traghettando anche la sanità sarda verso un modello privatistico all’americana, smantellando il principio di universalità garantito dall’Articolo 32 della Costituzione. Vediamo perché il Segretario è politicamente e moralmente in scacco matto.
Dall’abbraccio con Todde alla protesta che non convince
Riavvolgiamo il nastro al 5 agosto 2025: sotto i riflettori cagliaritani, a favore di telecamera, Fausto Durante firma il “Patto per la Sanità” assieme alla Giunta Todde. È un tripudio di sorrisi e strette di mano accompagnato da dichiarazioni solenni che celebrano l’illusione di un “nuovo metodo condiviso”, descritto in pompa magna come un traguardo storico per salvare l’isola ammalata.
Eppure, i dati del disastro incombente erano già sul tavolo, limpidi e inequivocabili. Il sindacato avallava un documento programmatico molto debole pur sapendo perfettamente che la spesa PNRR sarda era ferma all’11,7% contro un dato nazionale del 17,1%, come certificato dai report della Corte dei Conti.
I dati di realizzazione sono impietosi: le case della Comunità in Sardegna sono ferme all’11,2% contro il 16,4% nazionale. Gli ospedali di comunità segnano un gap ancora più profondo, fermi a un misero 6,2%. Sapendo bene che la scadenza del 2026 era alle porte e i medici di base fuggivano, perché firmare un accordo senza cronoprogrammi vincolanti? La risposta appare freddamente politica: serviva a mantenere il ruolo di “co-gestore” del potere regionale, garantendo alla CGIL l’accesso permanente ai tavoli istituzionali che contano.
Sette mesi dopo, arriva il risveglio improvviso e fragoroso. A marzo 2026, di fronte al collasso dei Pronto Soccorso di Oristano, Nuoro e Sassari — causato dalla fine dei contratti dei medici gettonisti, una vera bomba a orologeria che la CGIL conosceva da anni — la musica cambia.
Fausto Durante strappa il patto con la Todde
A questo punto eccolo strappare platealmente il patto con la presidente della giunta: grida al “pantano di inefficienze”, proclama la mobilitazione a oltranza e attacca frontalmente dipingendo un quadro apocalittico. Tutto drammaticamente vero, ma altrettanto indicativo della sua condotta ambigua. Il collasso sotto gli occhi di tutti significa infatti reparti sguarniti e codici rossi gestiti nell’emergenza.
A peggiorare il quadro c’è il fallimento tecnologico dei sistemi regionali. Tra il 1 e il 4 marzo 2026, i portali ZentaWeb e Sardegna Salute hanno subito interruzioni continue. Migliaia di cittadini sono rimasti impossibilitati a scegliere il medico o prenotare visite urgenti. Il diritto alla salute si è trasformato in una roulette russa territoriale a cui la CGIL stessa ha fornito l’arma.
Infatti, cosa è cambiato in soli sette mesi? Non i dati della sanità, che erano già tragici in estate. È cambiato, invece, il posizionamento tattico del sindacato, mosso dalla stringente necessità di smarcarsi da una Giunta regionale impopolare e assediata dalle critiche. Tra gli addetti ai lavori, però, sorge un dubbio politico legittimo: la mobilitazione di oggi potrebbe fungere anche da provvidenziale “arma di distrazione”?
Il Welfare Contrattuale Italiano verso il “modello americano”
Scavando a fondo, la contraddizione passa da mera “tattica” a vero e proprio scandalo strutturale: è il trionfo assoluto del “cambiare le carte in tavola”. Il sindacato combatte a parole contro la privatizzazione, ma nei fatti ne diventa l’azionista di maggioranza occulta. La CGIL urla nelle piazze contro i tagli alla sanità pubblica, ma si rivela l’artefice dell’espansione della sanità privata attraverso il pericoloso grimaldello del welfare contrattuale.
Fausto Durante si straccia le vesti per le liste d’attesa infinite al Brotzu. Denuncia i ritardi di 300 giorni per una visita oncologica. Al contempo il suo sindacato firma i CCNL nazionali. Questi impongono l’iscrizione obbligatoria a fondi privati come Fondo Est, San.Arti o MetaSalute (FIOM CGIL).
Ecco come la CGIL sta scientificamente “mungendo” la vacca pubblica per ingrassare le holding del settore privato, in una dinamica ampiamente documentata e denunciata dai dossier indipendenti della Fondazione GIMBE:
Il letale definanziamento dello Stato
I fondi sanitari godono di enormi agevolazioni fiscali garantite dall’Articolo 51 del TUIR. Ogni euro versato dalle aziende in questi fondi è detassato fino a un tetto di 3.615 euro annui. Questo denaro viene sottratto direttamente al gettito fiscale dello Stato. Meno tasse raccolte significa meno risorse per assumere medici nel pubblico. È una perdita secca di entrate che alimenta il privato. Una profezia che si autoavvera, foraggiata proprio dalle firme sindacali.
Sostituzione, non integrazione
Per legge, questi fondi dovrebbero coprire l’extra, pagando solo ciò che il pubblico non è tenuto a fare. Nella realtà operativa del 2025, quasi l’80% delle risorse finanzia visite ed esami diagnostici privati che spetterebbero di diritto ai LEA. Un’ecografia urgente o una risonanza magnetica non sono un “extra”, ma la base del sacrosanto diritto alla salute: avallando questo sistema, il sindacato sposta i pazienti verso le cliniche private, certificando clamorosamente la resa dello Stato.
Il business colossale dei grandi gruppi finanziari
Non parliamo di piccole mutue solidali, ma di veri e propri colossi della finanza. A gestire i capitali sterminati di questi fondi (come Perseo Sirio, dove i sindacalisti siedono comodamente nei CdA) sono giganti assicurativi come Unipol, Generali e Intesa. Questi gruppi finanziari possiedono direttamente le assicurazioni sanitarie, controllano le reti di cliniche private e investono pesantemente nelle RSA.
In sintesi, il meccanismo appare freddo e spietato: il risparmio forzoso e il TFR dei lavoratori fungono da leva finanziaria per alimentare e arricchire quegli stessi competitor privati che stanno affossando la sanità pubblica dall’interno.
I lavoratori usati come pedine
L’aspetto più disgustoso e taciuto di questa vicenda riguarda proprio la base sindacale. I lavoratori che oggi scioperano, perdono ore di stipendio e scendono in piazza, hanno davvero mille ragioni sacrosante per protestare vivamente. Vivono sulla propria pelle i disservizi dei reparti al collasso, subiscono turni massacranti che bruciano le vite degli infermieri, affrontano liste d’attesa infinite e patiscono salari da fame che sono figli diretti dei rinnovi contrattuali al ribasso firmai proprio da quello stesso sindacato.
Sfugge loro, però, un dettaglio amaro e fondamentale: non si rendono conto di essere da anni cinicamente strumentalizzati. Vengono usati come semplice carne da cannone, pedine mosse sullo scacchiere da personaggi come Fausto Durante che, pur di difendere strenuamente le posizioni di rendita del proprio apparato, hanno concesso il sindacato a quel sistema che giuravano di combattere. È un bieco gioco di prestigio sulla pelle dei più deboli: si tengono bassi i salari alla firma dell’atteso rinnovo, ma si “addolcisce” la pillola avvelenata inserendo l’obbligo del fondo sanitario, mascherando da conquista un enorme regalo al sistema assicurativo.
Molti lavoratori ignorano del tutto la doppia morale della dirigenza CGIL, che si dà alle piazze solo per nascondere la sua vera politica: una guerra silenziosa che la vede irrimediabilmente compromessa nei salotti buoni con gli speculatori. È in atto un patto scellerato e crudele attraverso cui il sindacato sta letteralmente svendendo le persone che dovrebbe rappresentare a spese della loro salute e del loro stipendio, con il solo obiettivo di salvare i bilanci e le comode poltrone nei CDA dei fondi.
La domanda a cui Fausto Durante non può rispondere
Siamo di fronte a un’iniquità sociale spaventosa, creata proprio da chi dovrebbe ergersi a difesa degli ultimi. Si sta consolidando una sanità ingiusta a due velocità, provocando una frattura sociale letale in cui il diritto costituzionale viene clamorosamente declassato a mero “benefit” lavorativo.
Da una parte ci sono i lavoratori con contratti “forti” che saltano le file del CUP usando i fondi privati; ma questo welfare è un vero e proprio cavallo di Troia. Se oggi sembra un comodo privilegio, domani sarà una trappola mortale: quando il processo di privatizzazione sarà inesorabilmente compiuto, sfruttando abilmente l’inefficienza della sanità pubblica, le assicurazioni non avranno più concorrenti e detteranno le regole. A quel punto i premi delle polizze schizzeranno alle stelle, fuori controllo, e anche questi lavoratori si ritroveranno a pagare salatissime le loro cure.
Dall’altra parte c’è un esercito di precari, disoccupati e pensionati che rimangono senza difese, intrappolati in un ospedale pubblico ormai in macerie, svuotato di risorse, macchinari e personale adeguato.
L’interrogativo da porre oggi al Segretario Fausto Durante risulta quindi netto, tagliente e politicamente ineludibile in ogni sua parte:
«Segretario, come si può sfilare a Cagliari sventolando bandiere per la Sanità pubblica e chiedendo enormi sacrifici alla vostra base, quando la sua organizzazione dirotta i soldi degli italiani e dei sardi verso fondi speculativi? Come giustifica le firme apposte sui CCNL che sottraggono gettito fiscale prezioso allo Stato, unicamente per alimentare i bilanci e i profitti delle cliniche private?»
Alla luce dei documenti, la mobilitazione appare come un gigantesco teatro in cui Fausto Durante finge di difendere la porta principale dell’ospedale pubblico stracciandosi le vesti davanti alle telecamere, mentre il sindacato ha già aperto la cassaforte alle grandi assicurazioni, sacrificando i propri stessi iscritti sull’altare dell’alta finanza.
La Sardegna è ferita e privata dei suoi diritti più essenziali. Non ha bisogno di capipopolo a intermittenza o sindacalisti-manager; l’isola ha un disperato bisogno di verità e di coerenza. E in questa squallida vicenda, di coerenza non c’è traccia.
Potrebbe interessarti: Aeroporti Sardi e CGIL: speculazione e privatizzazione


