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Sanità pubblica: la doppiezza della CGIL

La CGIL chiede di difendere la sanità pubblica. Ma attraverso la contrattazione collettiva continua a favorire i fondi sanitari integrativi. Un'inchiesta documentata che ricostruisce una doppiezza destinata a cambiare il futuro del Servizio Sanitario Nazionale.
Illustrazione sulla doppiezza della CGIL nella sanità: fondi sanitari integrativi, assicurazioni private e progressivo indebolimento del Servizio Sanitario Nazionale.

La CGIL chiede più risorse per il Servizio Sanitario Nazionale. Nello stesso tempo sottoscrive contratti che favoriscono i fondi sanitari integrativi, alimentando il mercato delle assicurazioni e della sanità privata. Non è soltanto una questione di coerenza sindacale. È una scelta che incide sul futuro del Servizio Sanitario Nazionale, favorendo il progressivo trasferimento di risorse, lavoratori e prestazioni dal sistema pubblico verso quello privato.

La svolta che pochi hanno raccontato

Per molti anni i fondi sanitari integrativi sono stati presentati come un semplice sostegno al Servizio Sanitario Nazionale. Dovevano coprire prestazioni escluse dai Livelli Essenziali di Assistenza, come alcune cure odontoiatriche o l’assistenza ai non autosufficienti. Il loro compito era integrare il sistema pubblico, non sostituirlo.

Questo equilibrio è cambiato con una serie di interventi normativi che hanno modificato profondamente il ruolo dei fondi. I decreti ministeriali del 2008 e del 2009 hanno introdotto regole che consentono ai fondi di destinare gran parte delle proprie risorse anche a prestazioni già garantite dal Servizio Sanitario Nazionale.

Da quel momento visite specialistiche, esami diagnostici, ricoveri e perfino grandi interventi chirurgici hanno iniziato a entrare stabilmente nelle coperture offerte dai fondi sanitari. La distinzione tra prestazioni integrative e prestazioni sostitutive è diventata sempre più labile.

È questa la svolta di cui si parla poco. I fondi non si limitano più a colmare le lacune del Servizio Sanitario Nazionale. Sempre più spesso finanziano prestazioni che dovrebbero essere assicurate dal sistema pubblico. È da questa trasformazione che prende avvio il dibattito sulla sanità integrativa e sul ruolo della contrattazione collettiva.

Chi beneficia davvero dei fondi sanitari?

I fondi sanitari integrativi vengono presentati come una conquista della contrattazione collettiva. Ai lavoratori viene spiegato che potranno accedere più rapidamente a visite, esami diagnostici e ricoveri. È il principale argomento utilizzato per giustificare la loro diffusione.

Dietro questo sistema esiste però una realtà meno conosciuta. I fondi sanitari sono formalmente enti senza scopo di lucro, ma nella maggior parte dei casi affidano la gestione del rischio a grandi compagnie assicurative. Sono queste ultime a organizzare le reti di strutture convenzionate e a garantire l’equilibrio economico delle coperture offerte agli iscritti.

Già nel 2017 il Rapporto RBM-Censis evidenziava che circa l’85% dei fondi sanitari operava attraverso il sistema assicurativo. Negli anni successivi il numero degli iscritti è continuato a crescere, superando i sedici milioni di lavoratori. Parallelamente è aumentato anche il valore economico del mercato della sanità integrativa.

Il risultato è la formazione di una vera e propria filiera economica. Ai fondi sanitari si affiancano compagnie assicurative, società di servizi e reti di cliniche private convenzionate. Ogni nuovo contratto collettivo che introduce un fondo alimenta questo circuito, incrementando il numero degli iscritti e il volume delle risorse gestite.

La domanda, a questo punto, diventa inevitabile. Se il mercato delle assicurazioni e della sanità privata continua a crescere grazie ai fondi sanitari, quali conseguenze produce tutto questo sul Servizio Sanitario Nazionale?

Quando il diritto alla salute non è più uguale per tutti

Il Servizio Sanitario Nazionale nasce su un principio semplice. Ogni cittadino deve poter ricevere le stesse cure, indipendentemente dal reddito, dal lavoro svolto o dal luogo di residenza. È questo il significato concreto dell’universalità della sanità pubblica.

La progressiva diffusione dei fondi sanitari introduce però una logica diversa. L’accesso alle prestazioni non dipende più soltanto dal bisogno di salute, ma anche dal contratto collettivo applicato dall’azienda. Alcuni lavoratori possono contare su visite rapide, diagnostica privata e ricoveri convenzionati. Altri restano affidati esclusivamente al Servizio Sanitario Nazionale.

Si crea così una tutela differenziata:

Non esistono più cittadini con gli stessi diritti sanitari, ma lavoratori con livelli di assistenza diversi, determinati dal settore produttivo nel quale operano. Chi lavora in comparti dotati di fondi sanitari dispone di opportunità che altri cittadini non hanno.

Questa trasformazione produce anche un secondo effetto. Una parte crescente della domanda sanitaria viene assorbita dal settore privato convenzionato. Parallelamente diminuisce la pressione politica per rafforzare il Servizio Sanitario Nazionale, perché una quota di lavoratori trova risposte attraverso i fondi integrativi anziché chiedere un miglioramento del sistema pubblico.

Il rischio è quello di una sanità sempre meno universale. Non viene abolito il Servizio Sanitario Nazionale, ma si afferma progressivamente un modello nel quale la qualità e la rapidità delle cure dipendono sempre più dalla posizione lavorativa del cittadino. È un cambiamento profondo, che modifica il significato stesso del diritto alla salute.

Ed è proprio su questo terreno che emerge la questione più delicata. Se i fondi sanitari contribuiscono a rafforzare il sistema privato e a indebolire quello pubblico, quale posizione assume la CGIL, che da anni si presenta come il principale difensore del Servizio Sanitario Nazionale?

Chi pagherà il prezzo più alto?

L’espansione dei fondi sanitari integrativi non produce effetti soltanto nei luoghi di lavoro. Le conseguenze ricadono sull’intero sistema sanitario e, soprattutto, su tutti quei cittadini che non possono contare su alcuna copertura contrattuale.

Pensionati, disoccupati, lavoratori autonomi, precari e giovani in cerca di occupazione continuano a dipendere esclusivamente dal Servizio Sanitario Nazionale. Per milioni di persone il servizio pubblico non rappresenta una possibilità tra le tante. È l’unica garanzia di accesso alle cure.

Se una parte crescente delle risorse economiche e delle prestazioni viene progressivamente trasferita verso il settore privato, il Servizio Sanitario Nazionale rischia di perdere capacità di risposta. Liste d’attesa più lunghe, carenza di personale e minori investimenti colpiscono prima di tutto chi non dispone di alcuna alternativa.

Si crea così un ingiustizia sociale. Una parte dei lavoratori accede alle cure attraverso i fondi sanitari integrativi. Tutti gli altri restano legati a un sistema pubblico progressivamente impoverito. Il diritto alla salute finisce per dipendere dalla posizione lavorativa e dalla possibilità di acquistare ulteriori tutele.

Il rischio non riguarda soltanto il presente. Se questa trasformazione dovesse proseguire, anche pensionati e cittadini oggi esclusi dai fondi potrebbero sentirsi spinti a sottoscrivere una polizza sanitaria privata per ottenere cure in tempi ragionevoli. Sarebbe il passaggio da un diritto garantito dallo Stato a una tutela sempre più acquistabile sul mercato.

Le firme e i fondi

Da mesi la CGIL è impegnata in una capillare raccolta firme per sostenere una proposta di legge di iniziativa popolare dedicata al rilancio del Servizio Sanitario Nazionale. Nelle piazze il messaggio è chiaro: servono più risorse pubbliche, più personale sanitario e un deciso stop alla progressiva privatizzazione della sanità.

Proprio mentre questa mobilitazione prosegue, la stessa organizzazione continua però a sottoscrivere contratti collettivi che introducono o rafforzano i fondi sanitari integrativi. L’ultimo esempio è rappresentato dal Fondo Sanità TLC, operativo dal 1° luglio 2026, che amplia ulteriormente il ricorso alle prestazioni erogate attraverso il sistema assicurativo e la sanità privata.

È difficile ignorare la distanza tra questi due livelli d’azione. Da una parte si chiede ai cittadini di difendere il Servizio Sanitario Nazionale. Dall’altra si consolidano strumenti che, come abbiamo visto, alimentano un sistema sanitario parallelo fondato sui fondi integrativi, sulle assicurazioni e sulle strutture private convenzionate.

La questione non riguarda il diritto dei lavoratori a ottenere prestazioni aggiuntive. Quel diritto non è in discussione. Il punto è un altro. Se il secondo pilastro sanitario viene indicato come uno dei fattori che indeboliscono il servizio pubblico, è legittimo chiedersi perché la sua diffusione continui proprio attraverso la contrattazione collettiva sottoscritta anche dalla CGIL.

C’è poi un ulteriore elemento che raramente entra nel dibattito pubblico. Le organizzazioni sindacali non si limitano a negoziare la nascita dei fondi sanitari. In molti casi partecipano direttamente agli organismi bilaterali che li governano insieme alle associazioni datoriali. Il sindacato diventa così parte integrante di un sistema che gestisce ogni anno ingenti risorse economiche e che continua ad alimentare la crescita della sanità integrativa.

I lavoratori hanno il diritto di conoscere questo modello nella sua interezza. Solo disponendo di tutte le informazioni possono valutare consapevolmente se i fondi sanitari rappresentino un’integrazione temporanea del Servizio Sanitario Nazionale oppure uno degli strumenti che stanno accompagnando la sua progressiva sostituzione.

La Sardegna non è un caso isolato

Chi ha letto la nostra precedente inchiesta sulla sanità sarda riconoscerà molte delle dinamiche descritte in questo articolo. Anche nell’Isola la difesa della sanità pubblica è stata accompagnata da scelte che, nei fatti, non hanno impedito il progressivo rafforzamento della sanità privata e il continuo peggioramento dei servizi offerti ai cittadini.

Quanto osservato in Sardegna non rappresenta quindi un’anomalia locale. È il riflesso di un processo nazionale che interessa l’intero sistema sanitario italiano. Cambiano i territori, ma il meccanismo resta identico: mentre il Servizio Sanitario Nazionale perde progressivamente risorse e capacità di risposta, crescono il ruolo dei fondi sanitari, delle assicurazioni e delle strutture private convenzionate.

Per questo motivo il dibattito sulla sanità integrativa non può più essere lasciato agli addetti ai lavori. Riguarda milioni di lavoratori, pensionati e cittadini che hanno il diritto di sapere quale modello sanitario si sta costruendo nel nostro Paese e quali conseguenze produrranno le scelte compiute oggi.

Quello che i lavoratori hanno diritto di sapere

Nel corso di questa analisi abbiamo seguito un percorso preciso. Abbiamo visto come i fondi sanitari abbiano progressivamente modificato la propria funzione originaria, come abbiano favorito la crescita del mercato assicurativo e come questo processo rischi di alterare il principio di universalità sul quale è stato costruito il Servizio Sanitario Nazionale.

Abbiamo visto anche che le conseguenze non riguardano soltanto i lavoratori iscritti ai fondi. Riguardano pensionati, disoccupati, giovani e tutti coloro che continueranno a dipendere esclusivamente dalla sanità pubblica. Se quest’ultima verrà progressivamente indebolita, saranno proprio le categorie più fragili a pagarne il prezzo più alto.

Resta però una domanda alla quale, fino a oggi, non è stata data una risposta convincente. Come può la CGIL chiedere ai cittadini di firmare per difendere il Servizio Sanitario Nazionale e, nello stesso tempo, continuare a sottoscrivere contratti che favoriscono l’espansione dei fondi sanitari integrativi e, con essi, del mercato delle assicurazioni e della sanità privata?

Non è una domanda ideologica. È una richiesta di trasparenza. Perché quando il futuro della sanità pubblica viene deciso anche attraverso la contrattazione collettiva, i lavoratori hanno il diritto di conoscere tutte le conseguenze delle scelte compiute in loro nome.

A questo punto il Gruppo CGL ha rivolto una domanda ad Antonio Rudas, già Segretario della Camera del Lavoro della CGIL di Sassari, che, fin dagli albori della sanità integrativa contrattuale, si oppose apertamente a quella scelta, denunciando il rischio che i fondi sanitari finissero per rafforzare il sistema assicurativo privato e indebolire progressivamente il Servizio Sanitario Nazionale.

Antonio Rudas, quando ha maturato questa convinzione?

Antonio Rudas: «Non oggi. La mia posizione risale a molti anni fa, quando ricoprivo l’incarico di Segretario della Camera del Lavoro della CGIL di Sassari. Ricordo una riunione nella quale dirigenti nazionali della Confederazione illustravano la sanità integrativa come una delle grandi opportunità offerte ai lavoratori. Intervenni per esprimere il mio totale dissenso. Sostenni che quella scelta avrebbe inevitabilmente rafforzato il sistema assicurativo privato e contribuito, nel tempo, a indebolire il Servizio Sanitario Nazionale. Di fronte all’impossibilità di condividere quella linea decisi di lasciare la riunione. Non fu un gesto polemico, ma una scelta di coerenza.»

Oggi, dopo tanti anni, quella valutazione è cambiata?

Antonio Rudas: «Al contrario. Gli sviluppi degli ultimi anni confermano i timori che avevo espresso allora. I fondi sanitari continuano a espandersi, cresce il ruolo delle assicurazioni e della sanità privata, mentre il Servizio Sanitario Nazionale incontra sempre maggiori difficoltà nel garantire il diritto universale alla salute.

C’è però un aspetto del quale si parla troppo poco. Oggi oltre sedici milioni di lavoratori risultano iscritti ai fondi sanitari integrativi. I contributi versati a questi fondi beneficiano inoltre di un regime fiscale agevolato che consente la deducibilità fino a 3.615,20 euro l’anno per ciascun iscritto. Lo Stato, quindi, non si limita a consentire la diffusione della sanità integrativa, ma la incentiva anche attraverso il sistema fiscale.

Se almeno una parte di quelle risorse fosse destinata direttamente alle retribuzioni, milioni di lavoratori disporrebbero di salari più elevati proprio in una fase nella quale il potere d’acquisto continua a diminuire. Quelle somme contribuirebbero inoltre ad aumentare il TFR, la contribuzione previdenziale e il futuro trattamento pensionistico. Parallelamente lo Stato incasserebbe maggiori entrate fiscali e contributive, che potrebbero essere destinate anche al rafforzamento del Servizio Sanitario Nazionale, anziché sostenere, attraverso le agevolazioni fiscali, un sistema sanitario parallelo.

Se la CGIL ritiene davvero che la sanità pubblica rappresenti un valore irrinunciabile, dovrebbe iniziare da un gesto di assoluta coerenza. Invece di limitarsi a raccogliere firme o a presentare proposte di legge che, nella maggior parte dei casi, difficilmente modificano gli equilibri reali del sistema, dovrebbe utilizzare fino in fondo lo strumento più forte che possiede: la contrattazione collettiva.

È proprio ai tavoli negoziali che può decidere se continuare ad alimentare i fondi sanitari integrativi oppure destinare quelle stesse risorse ad aumenti salariali, rafforzando contemporaneamente il reddito dei lavoratori, le entrate dello Stato e il finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale. La partita decisiva non si gioca nelle piazze. Si gioca nei rinnovi contrattuali.»

Qual è, allora, il significato della “doppiezza della CGIL” richiamata nel titolo di questa inchiesta?

Antonio Rudas: «La doppiezza della CGIL non consiste soltanto nel dire una cosa e farne un’altra. Consiste nel chiedere ai lavoratori di difendere la sanità pubblica mentre, attraverso la contrattazione collettiva, contribuisce alla crescita di quel sistema sanitario integrativo che ne accelera il ridimensionamento. Se questa è la nuova idea di tutela, allora non siamo più di fronte al sindacato che la CGIL aveva promesso di essere, ma a un protagonista che, nei fatti, sostiene proprio quel sistema che afferma di voler combattere.»

Autore: CGL