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Fondi pubblici ai sindacati
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Il 25 aprile della CGIL: quando la Liberazione diventa un affare

Continua l'inchiesta esclusiva sui rendiconti regionali della CGIL Sardegna. Sotto la lente l'uso improprio dei fondi pubblici per il 25 aprile e la propaganda referendaria, spese che gravano sulle casse di un'Isola in crisi. I dati confermano come il denaro dei contribuenti venga dirottato per alimentare l'apparato burocratico anziché per la tutela dei lavoratori.
Inchiesta CGIL Sardegna: fondi pubblici regionali e spese per il 25 aprile

La nostra inchiesta sui rendiconti regionali della Cgil prosegue. L’analisi conferma i dubbi sull’uso dei soldi degli ignari contribuenti sardi. Il sindacato attinge alle casse di un’Isola in crisi per sostenere la sua elefantiaca struttura all’insaputa dei cittadini.

Ai costi interni si aggiunge ora il caso dei fondi pubblici alla CGIL Sardegna per il 25 aprile e la propaganda referendaria. Attraverso le specifiche del rendiconto, lo stesso apparato ammette di operare in funzione dei contributi regionali. In questo scenario, il ruolo del sindacalista subisce una metamorfosi. La priorità non è più la tutela dei lavoratori, ma la difesa della macchina burocratica che lo tiene in vita.

La CGIL fa la festa al 25 Aprile

La cronaca sindacale del 2024 si arricchisce di un altro capitolo poco dignitoso. Al centro c’è la questione dei fondi pubblici assegnati alla CGIL Sardegna. Non bastavano i libri, le bollette e i festival.

Per finanziare l’apparato si aggiunge ora anche la celebrazione della Liberazione. Riteniamo che tale operazione sia impropria e potenzialmente illegale. Dalle rendicontazioni emerge l’inserimento delle spese della commemorazione tra i fondi regionali.

Alla faccia della memoria storica e della lotta partigiana. Questo prelievo stride con ogni pretesa di autonomia dell’organizzazione. Evidentemente è più facile liberarsi dal nazi-fascismo che dal bisogno finanziario.

La CGIL appare ormai dipendente dal sostegno economico della sua controparte politica. Stranamente, quest’ultima non si accorge di finanziare il sindacato attraverso una legge con scopi ben diversi. La norma dovrebbe sostenere lo sviluppo, non gli apparati burocratici.

La norma deve favorire lo sviluppo economico e sociale dell’Isola. Non è stata creata per garantire la “pace sociale” pagando il sostentamento degli apparati sindacali per tenerli “buoni”. Tutto questo avviene, purtroppo, sulle spalle dei cittadini sardi. 

Sia chiaro: non sosteniamo il conflitto fine a se stesso. Crediamo invece in una pace giusta. La vera pace nasce dall’armonia tra le parti, anche quando dissentono su come affrontare i problemi. Non può derivare dal controllo di un soggetto sull’altro che, pur di non inimicarselo, potrebbe incalzarlo solo in apparenza. Soprattutto se questo controllo viene comprato con i soldi dei cittadini lavoratori.

I numeri della vergogna: rimborsi in crescita costante

I numeri dell’inchiesta descrivono una realtà impietosa. I rimborsi regionali crescono costantemente, proprio come i problemi irrisolti dell’Isola. Quello che appare come un sostegno allo sviluppo sembra invece un auto-finanziamento continuo. Mentre il sindacato incassa, le criticità del lavoro sardo restano al palo.

La cosa è ancora più scandalosa se si considera che la Regione lamenta la scarsezza delle risorse a disposizione. Gran parte di questi fondi non produce benefici per i lavoratori e le loro famiglie. Di fatto, il bilancio regionale è diventato l’ammortizzatore per le spese strutturali del sindacato. Questi apparati sembrano ormai incapaci di camminare sulle proprie gambe senza l’aiuto pubblico.

La Legge Regionale 31/1978 è diventata il binario su cui viaggiano cifre sempre più pesanti. Originariamente nata per favorire lo sviluppo, oggi finanzia ben altro:

Nel 2025: le assegnazioni sono lievitate oltre i 440.000 euro.

Nel 2024: il sindacato ha ottenuto circa 300.000 euro.

Referendum “a scrocco”: la propaganda nazionale pagata dai sardi

Sotto la guida di Fausto Durante, la CGIL ha usato il 25 aprile come trampolino per i referendum nazionali. Questa operazione mira a ottenere un risultato elettorale e solleva un grave problema etico. È accettabile far gravare i costi della propaganda politica sul bilancio regionale?

Invece di limitarsi alle proprie risorse, si son messe le mani sui fondi pubblici. Così sono state forzate le finalità di una legge nata per lo sviluppo economico. Il risultato è inaccettabile. A prescindere dalle intenzioni dei proponenti, i contribuenti sardi hanno finanziato una battaglia nazionale senza alcun beneficio per la loro terra.

Trasparenza cercasi

Il corteo del 2024 è stato lo specchio di una confusione ideologica evidente. Tra bandiere dei Quattro Mori e simboli pro-Palestina, la CGIL ha cercato protagonismo a ogni costo. In questo calderone di istanze inconciliabili, spicca un solo interesse costante. Si tratta dell’aspetto economico: trasformare ogni chilometro di sfilata in un costo da rendicontare.

La memoria della Liberazione è un patrimonio collettivo, non un’opportunità di cassa. Appare incredibile che i fondi per lo sviluppo vengano dirottati su sfilate referendarie o bollette sindacali. Le istituzioni regionali devono smettere di essere spettatrici compiacenti. È necessario pretendere subito una trasparenza assoluta. Il rischio è trasformare il diritto allo sviluppo in un sussidio per la propaganda di parte.

Autore: CGL