La CGIL di Sassari ha assunto la figlia di un suo dirigente sindacale. Il posto di lavoro è stato assegnato all’interno della stessa organizzazione nella quale il padre ricopre il suo incarico.
Il fatto, messo a confronto con le regole che la CGIL ha scritto per i propri dirigenti, è grave. L’articolo 12 del Codice Etico vieta di utilizzare, direttamente o indirettamente, la propria posizione per concedere benefici o agevolare l’accesso a un impiego a favore del coniuge, del convivente, dei parenti o degli affini sino al quarto grado.
È questo il punto che rende questa vicenda difficile da liquidare come una normale assunzione. Da una parte c’è chi ricopre un incarico dirigenziale nell’organizzazione; dall’altra c’è l’assunzione della figlia.
Ma attenzione: il punto non è mettere sotto accusa chi è stato assunto. Chi riceve un’offerta di lavoro non stabilisce le regole dell’organizzazione e non decide come vengono gestite le assunzioni. Il tema riguarda chi quelle regole deve applicare e garantire che valgano nello stesso modo per tutti.
Una norma contro il nepotismo ha senso soltanto se impedisce davvero qualsiasi vantaggio derivante dai rapporti familiari. E se vale per un dirigente, deve valere soprattutto quando quel dirigente appartiene alla struttura nella quale il familiare viene assunto.
Il lavoro nella CGIL e le pari opportunità
La questione, però, non finisce con il rapporto tra un dirigente e il proprio familiare. C’è un altro aspetto che riguarda direttamente tutti gli iscritti.
Come vengono rese note le possibilità di lavorare all’interno della CGIL?
Perché un’opportunità di assunzione dovrebbe poter essere conosciuta anche da chi non frequenta le stanze dove si prendono le decisioni.
Un lavoratore iscritto alla CGIL può avere un figlio in cerca di occupazione. Se all’interno dell’organizzazione si apre un posto, quel ragazzo dovrebbe avere la possibilità di sapere che esiste e di presentare la propria candidatura. Non perché debba avere un trattamento privilegiato, ma esattamente per il motivo opposto: perché possa concorrere alle stesse condizioni degli altri.
Qui entra in gioco la trasparenza. Se le opportunità di lavoro vengono comunicate in modo aperto, tutti possono eventualmente partecipare. Se invece non esiste una modalità chiara attraverso la quale gli iscritti possano venire a conoscenza delle assunzioni, la possibilità di concorrere rischia di essere limitata a chi è già vicino alla struttura.
E questo riguarda direttamente la CGIL, che richiama all’esterno i principi della parità di trattamento e delle pari opportunità. Gli stessi principi dovrebbero trovare spazio anche quando è la CGIL a cercare qualcuno da assumere.
Le regole valgono davvero per tutti?
La CGIL si è data regole precise contro nepotismo, favoritismo e conflitti di interesse. Regole che dovrebbero garantire trasparenza e pari opportunità anche quando si tratta di assumere qualcuno all’interno dell’organizzazione. Noi sosteniamo che, se quelle regole valgono davvero, devono valere soprattutto quando sono coinvolti i familiari dei suoi sindacalisti.
Altrimenti viene da chiedersi quale valore abbiano queste regole. Che senso ha parlare agli iscritti di trasparenza, uguaglianza e pari opportunità se poi, quando una situazione concreta coinvolge il familiare di un dirigente, nessuno spiega come sia stata gestita?
E qui entra in gioco anche il lavoratore che ogni mese versa una quota per essere iscritto alla CGIL. Se suo figlio è senza lavoro, ha la stessa possibilità di sapere che all’interno dell’organizzazione si è aperta un’opportunità? Può candidarsi alle stesse condizioni? Oppure deve conoscere qualcuno dentro la struttura per venire a sapere che quel posto esiste?
È questa la domanda che dovrebbe interessare ogni iscritto. Una cosa è assumere chi possiede i requisiti, altra cosa è garantire a tutti la possibilità di concorrere. La differenza sta nella trasparenza delle procedure e nelle garanzie adottate.
Per questo ci aspettiamo che i Comitati di Garanzia verifichino quanto accaduto e che la CGIL regionale si pronunci sull’operato della Camera del Lavoro di Sassari. Non devono rispondere a noi, ma agli iscritti che hanno il diritto di sapere se le regole della loro organizzazione valgono per tutti oppure no.
L’attuale segretaria regionale, Simona Fanzecco, non ha alcuna responsabilità sulla vicenda e non può essere chiamata a rispondere di decisioni assunte prima del suo incarico. La questione riguarda chi è preposto a garantire il rispetto delle regole. La CGIL regionale, in quanto Centro Regolatore, è chiamata a vigilare sull’operato delle Camere del Lavoro e ad attivare gli organismi competenti per i controlli e le verifiche del caso.
Noi possiamo solo chiedere: la Camera del Lavoro ha rispettato le regole della CGIL? Chi ha verificato la procedura? I Comitati di Garanzia intendono intervenire? La CGIL regionale ritiene che tutto sia stato fatto correttamente?
E soprattutto:
Gli iscritti della CGIL hanno tutti le stesse possibilità di conoscere e concorrere per un posto di lavoro all’interno della propria organizzazione?
Se la risposta è sì, la CGIL dovrebbe spiegare come funzionano queste procedure. Se la risposta è no, dovrebbe spiegare agli iscritti perché le regole sulla trasparenza e sulle pari opportunità vengono proclamate all’esterno e poi non sembrano trovare la stessa applicazione all’interno dell’organizzazione.
Perché un iscritto dovrebbe accettare che le regole siano rigorose quando riguardano gli altri e diventino meno chiare quando riguardano i familiari di chi ricopre incarichi sindacali?
È questa la risposta che i lavoratori hanno il diritto di pretendere. Non da noi, ma dalla loro organizzazione.


