La sanità nel Nord Sardegna appare oggi come un cantiere abbandonato dove il rumore delle ruspe è sostituito da quello delle inconcludenti grida dei sindacalisti locali. In questo desolante scenario, l’azione di Paolo Dettori si configura come l’esercizio sistematico di chi fa del dissenso un’attività fine a se stessa. Il segretario della Funzione Pubblica (FP) CGIL agita con insistenza il vessillo della mobilitazione. Tante sono le dichiarazioni rilasciate a tv e quotidiani che, se si volesse riassumerle, l’analisi diverrebbe una lista infinita di parole gettate al vento.
Una cosa è certa: l’efficacia reale appare inversamente proporzionale al clamore mediatico delle sue esternazioni. Si assiste a una liturgia del conflitto che abbaia al vento, mentre la politica regionale utilizza il sindacato solo in chiave di consenso elettorale.
Per questo le istituzioni preferiscono firmare accordi con il vertice regionale guidato da Fausto Durante, ignorando di fatto il livello territoriale. Il quadro che ne deriva è grottesco. L’accordo sulla sanità, firmato dal segretario regionale, era già stato bocciato dalla base territoriale guidata da Paolo Dettori.
Appena una settimana dopo, la categoria minacciava l’ennesima mobilitazione, riconoscendo implicitamente l’inutilità dell’intesa. Un’inutilità che lo stesso Fausto Durante ha dovuto recentemente ammettere, nonostante avesse brindato soddisfatto all’accordo raggiunto con Alessandra Todde.
Paolo Dettori junior, specchio del declino dell’autonomia sarda
La gravità della situazione emerge osservando come questa figura funga da cartina di tornasole per una crisi strutturale. Si rileva lo smarrimento dell’autorevolezza delle classi dirigenti: il segretario della FP CGIL non è un caso isolato, ma il sintomo di un declino che colpisce la dignità dell’azione politica autonomistica sarda.
Si delinea una realtà in cui la leadership del nipote appare inconsistente se rapportata all’enorme statura politica e morale del nonno.
Se l’illustre avo fu architetto di una stagione intrisa di rigore istituzionale e protagonista dell’autonomia isolana, come emerge dal profilo istituzionale di Paolo Dettori presso la Regione Sardegna, il nipote è l’espressione di un apparato che assiste impotente alla demolizione della funzione pubblica.
Questa involuzione si colloca in un contesto di crescente sofferenza del sistema sanitario, nonostante il comparto della salute sia di competenza della Regione.
Secondo il monitoraggio della Fondazione GIMBE sulla sanità sarda, l’isola fatica a garantire i livelli essenziali di assistenza. La mobilità passiva continua a drenare risorse, mentre la carenza di personale mette a rischio la tenuta dei presidi sanitari periferici.
La classe dirigente attuale è priva di quella capacità di elaborazione e sintesi necessaria per incidere sui processi reali, preferendo il presenzialismo mediatico alla sostanza negoziale. La caduta di autorevolezza si manifesta nella distanza tra la solita minaccia del conflitto e l’irrilevanza dei risultati ottenuti.
L’alchimia dei mandati: l’arte di restare in sella
Il Paolo Dettori contemporaneo, a differenza dell’illustre predecessore che rassegnò le dimissioni da presidente della regione per non tradire i propri ideali, esprime inclinazioni politiche decisamente più prosaiche. Rappresenta l’esempio di come gli apparati burocratici operino esclusivamente per garantire la propria sopravvivenza. Al vertice della sigla sassarese dal 2015, la sua permanenza poggia su una poco raffinata manipolazione delle regole.
La fusione territoriale della categoria del novembre 2025 costituisce il capolavoro di questa ingegneria della poltrona. Unendo Sassari e la Gallura nella “nuova” FP CGIL Nord Sardegna, il contatore dei mandati è tornato magicamente a zero.
Si è giocato con le regole per non abbandonare la stanza dei bottoni, ormai vistosamente sbottonati. Tale manovra assicura di non dover tornare al servizio di vigile urbano, a discapito del rinnovamento generazionale statutario.
Una professione, quella originaria, che risulterebbe decisamente più produttiva per la cittadinanza rispetto all’attuale deriva sindacale. Questo arroccamento somiglia a una coreografia i cui fili vengono tirati da centri di potere lontani dalle corsie d’ospedale e dal mondo reale di chi non lavora certo per giocare al condottiero senza eserciti.
In effetti anche il suo operato è utile al sistema. Paolo Dettori agisce da valvola di sfogo programmata: si urla per timbrare il cartellino della presenza, ma si evita di disturbare il manovratore con soluzioni reali. Questa “presenza di sola immagine” anestetizza il dissenso sociale a tutto vantaggio dell’apparato sindacale, che ha un solo obiettivo: la propria sopravvivenza. Il sindacato diventa così un ingranaggio di un sistema che finge di combattere per garantire, in realtà, interessi inconfessabili sulla pelle degli utenti della sanità pubblica.
Per chi ancora non lo avesse capito, la CGIL non sta difendendo la sanità pubblica. Sta accompagnando la sua lenta transizione verso il privato.
Le grida di dolore fanno parte della scena. Servono a mantenere le apparenze e a evitare che questa realtà venga apertamente smascherata.
La liturgia del megafono e le macerie sanitarie
Paolo Dettori e “compagnia bella” restano alla protezione del loro fortino, mentre la sanità pubblica viene sacrificata sull’altare dei privati. Il sindacato diventa così un ingranaggio di un sistema che finge di combattere per garantirne, in realtà, l’approdo verso la speculazione finanziaria.
La “lotta senza quartiere” è diventata la liturgia stanca di una mobilitazione che non sposta, e non vuole spostare, i veri equilibri di potere che stanno banchettando da anni a spese del servizio pubblico. Si agita lo spauracchio dello sciopero generale con la frequenza di un bollettino di routine, come documentato nelle cronache locali sulla mobilitazione della sanità in Gallura, nascondendo ogni reale capacità di pressione sui tavoli decisionali.
Il risultato di questo attivismo di facciata è inciso nei corridoi degli ospedali periferici. L’ospedale di Tempio Pausania, intitolato a suo nonno, ha subito un declassamento che lo ha ridotto a una funzione puramente ancillare rispetto al polo privatistico di Olbia. A La Maddalena non ne parliamo, il Paolo Merlo resiste come un presidio dimenticato, nonostante le feroci quanto inutili critiche sindacali.
La gestione di Paolo Dettori junior e compagnia si è rivelata incapace di presentare alternative tecniche credibili ai tagli. Si preferisce la demagogia del microfono alla complessità della programmazione. Resta solo l’eco di una protesta che tutela la poltrona del segretario ma tradisce il territorio. Ciò detto è normale porsi qualche domanda:
Qual è il reale peso politico di Paolo Dettori?
Nonostante una forte esposizione mediatica, il peso politico effettivo appare inesistente. Le mobilitazioni e le proteste promosse nel tempo non hanno mai inciso in modo significativo sui processi di ridimensionamento e declassamento dei presidi ospedalieri. Questo dato alimenta la percezione di un’azione sindacale che resta prevalentemente sul piano della denuncia pubblica, senza riuscire a tradursi in risultati concreti sul terreno delle decisioni istituzionali.
Perché la fusione della FP CGIL è contestata?
La fusione del 2025 viene interpretata da diversi osservatori come un’operazione volta, di fatto, ad azzerare i mandati del segretario, consentendogli di prolungare la propria permanenza alla guida della struttura.
Dal punto di vista organizzativo, inoltre, l’operazione non sembra produrre benefici tangibili per i servizi e per i lavoratori rappresentati: i presidi continueranno a essere sottoposti a processi di ridimensionamento indipendentemente dall’accentramento della struttura sindacale.
Se l’obiettivo fosse realmente quello di rafforzare l’efficacia dell’organizzazione, la scelta più coerente sarebbe piuttosto una riorganizzazione complessiva su scala regionale, superando le attuali sovrastrutture burocratiche e costruendo una struttura unitaria più funzionale e capace di incidere realmente nei processi decisionali.
Cosa indica il raffronto tra le classi dirigenti?
Il confronto tra le diverse stagioni della classe dirigente evidenzia un declino di natura sistemica. Si passa da una concezione della politica come espressione diretta della volontà dei cittadini a una gestione sempre più centrata sugli equilibri di apparato.
Questo processo segnala una progressiva perdita di autorevolezza e di dignità politica della leadership, che appare sempre meno autonoma e sempre più condizionata da interessi organizzati capaci di influenzare gli assetti del sistema istituzionale isolano.
Approfondisci leggendo l’articolo: Il sindacalista smascherato


