C’è un copione che si ripete nella politica italiana. È un rituale ben noto: si firmano accordi ambiziosi, presentati come svolte epocali. Poi, però, si scontrano con la dura realtà e restano inapplicati. Il “Patto di Buggerru” rischia di iscriversi in questa triste tradizione. C’è un’aggravante che sa di beffa. La sua stessa ispirazione, la memoria di un eccidio sul lavoro, sembra oggi profanata da promesse disattese.
Il 4 settembre 2024, la Sardegna ha visto la firma del “Patto di Buggerru”. Era un’intesa tra la Regione Autonoma e le principali confederazioni sindacali (CGIL, CISL, UIL). Questo accordo, intriso di simbolismo, prendeva il nome da una tragedia storica del lavoro. Mirava ad affrontare questioni cruciali: la qualità, la salute e la sicurezza negli ambienti lavorativi dell’isola. Un anno dopo, però, la retorica sembra aver prevalso sulla realtà. Il Patto rischia di diventare l’ennesimo esempio di una prassi italiana. Parliamo di accordi solenni, privi di reale forza vincolante e di un meccanismo di responsabilità concreto, che finiscono per rimanere inapplicati.
Quando si guarda da vicino il Patto, si scopre una doppia anima. Da un lato, contiene elementi di indubbio valore aggiunto. Pensiamo alla creazione di un Osservatorio e di una Conferenza regionale per la salute e sicurezza sul lavoro. C’è anche l’impegno a rafforzare gli organici degli SPRESAL (Servizi di Prevenzione, Salute e Sicurezza negli Ambienti di Lavoro). Promuove inoltre pratiche innovative come la “contrattazione di sito”. Questi punti, se attuati, potrebbero tradurre i principi normativi nazionali in azioni concrete a livello regionale. Tali principi sono già ampiamente coperti da leggi nazionali. Pensiamo al Decreto Legislativo 81/2008 sulla sicurezza e al Decreto Legislativo 36/2023 sugli appalti pubblici.
Dall’altro lato, il Patto è costellato di dichiarazioni. Pur lodevoli, suonano come una ripetizione di obblighi già sanciti. Questi obblighi sono nella Costituzione (Art. 4 e 35 ) o nello Statuto dei Lavoratori (Legge 300/1970 ). Questa ridondanza non è in contrasto con la legge. Tuttavia, alimenta un senso di “demagogia”. L’aspirazione a fare di meglio supera la concretezza e la misurabilità degli impegni assunti.
Ma il vero nodo arriva dalle recenti parole di Fausto Durante, segretario della CGIL. Le sue parole confermano una prassi che ci fa storcere il naso. Ha denunciato che l’assestamento di bilancio regionale non prevede le risorse necessarie per l’attuazione del Patto. È un’omissione “inaccettabile”, soprattutto se si considera che l’Articolo 5 del Patto prevedeva esplicitamente un impegno. Le risorse adeguate, a valenza triennale, sarebbero state definite entro 60 giorni dalla firma. Siamo a quasi un anno di distanza. L’impegno finanziario, stimato in trenta milioni in tre anni, è rimasto lettera morta.
Ciò che rende la situazione ancora più amara è questo. Non si tratta affatto di una “scoperta” dell’ultima ora da parte del sindacato. Fausto Durante ha specificato un fatto: la CGIL aveva già evidenziato l’assenza di queste risorse lo scorso marzo. Era in occasione dell’audizione sulla legge Finanziaria. Questo dimostra che le sollecitazioni, pur tempestive, non hanno sortito l’effetto desiderato.
Ed è qui che si annida il vero problema. Parliamo della natura di “protocollo d’intesa”. Questi accordi hanno un forte valore politico e morale. Tuttavia, sono strumenti non vincolanti. Non sono leggi e non hanno la stessa forza cogente. Di conseguenza, la loro mancata attuazione non comporta sanzioni legali dirette per i firmatari. Non c’è una “responsabilità personale” in senso giuridico per chi non mantiene un impegno di questo tipo.
Questa mancanza di un vero vincolo legale genera un circolo vizioso. Lo conosciamo fin troppo bene:
Il Patto di Buggerru richiamava una tragedia storica. Avrebbe dovuto essere un “costante monito per la giustizia sociale”. Invece, rischia di diventare un monito sulla fragilità degli impegni. Questo accade quando mancano meccanismi di attuazione e responsabilità.
È tempo di superare la prassi degli accordi “vetrina”. Se si vuole davvero promuovere la salute e la sicurezza sul lavoro, servono patti efficaci. Devono migliorare le condizioni lavorative e contrastare il lavoro irregolare. Questi patti devono essere ambiziosi negli intenti. Ma devono anche essere blindati nella loro attuazione. Ciò significa:
E qui sta il punto più dolente: questa situazione ha anche il retrogusto amaro di profanare la memoria di quelle morti di Buggerru.
Un Patto porta il nome di un eccidio sul lavoro. Non riesce a garantire i fondi promessi per la sicurezza. Allora non è un monito. È un monumento all’ipocrisia. E la memoria di Buggerru merita molto di più che un’altra firma senza seguito.