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L’opinione
9 Giugno 2025
Illustrazione in stile vignetta mostra una scatola elettorale con un'espressione corrucciata che sferra un calcio a un uomo con occhiali, capelli grigi e giacca rossa, che sembra essere Maurizio Landini, raffigurato con un'espressione di dolore e sorpresa mentre viene sbalzato all'indietro. Sullo sfondo si intravede la scritta
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Referendum: L’Italia si ribella a Landini e alla CGIL

La consultazione referendaria promossa dalla CGIL si è conclusa con un grande fallimento, segnando un duro colpo per la leadership di Maurizio Landini. Nonostante una massiccia campagna di comunicazione, il mancato raggiungimento del quorum evidenzia la crescente lontananza tra il sindacato e la sua base, e dai cittadini che disertando le urne hanno dimostrato di non credergli. Diversi milioni di euro delle nostre tasse gettate al vento, le risorse delle tessere degli iscritti spese in pubblicità. La campagna referendaria ha inoltre ulteriormente screditato l’immagine del sindacato. Insomma l’avventura di Maurizio l’incazzato si è rivelata la più grande disfatta che il sindacalismo Italiano abbia mai subito. C’e solo una parola che può riassumere questo immane disastro: Vergogna!

Il controsenso di Landini

Maurizio Landini ci aveva messo la faccia, e che faccia! Per la sua campagna ha utilizzato volantini, video, piazze e social media. Ha parlato di diritti, di stabilità, di Costituzione. Parlava, sì. Ma, mentre chiedeva ai lavoratori di firmare e votare per il referendum, all’interno della CGIL continuava a licenziarne i suoi dipendenti. Tutto questo rappresenta un vero e proprio controsenso, una scena grottesca. Da un lato vi era la predica sulla democrazia e la difesa della dignità del lavoro, quasi come un mantra. Dall’altro, però, si osservavano pratiche autoritarie, “pulizie” interne e una bella dose di disprezzo per le sentenze della magistratura. Sentenze che lo hanno visto soccombere in tribunale e che ne tratteggiamo la figura più di ogni altra cosa.

Il referendum: un bluff che porta la sua firma

Alla fine, il referendum si è rivelato l’ennesima recita. Molte parole al vento sono state pronunciate, ma sono atterrate in un contesto sempre più ostile. Il sindacato è percepito dalla stragrande maggioranza dei lavoratori e cittadini come un ferro vecchio arrugginito.

Per la CGIL, questa consultazione era un po’ come un salvagente. Ogni volta che la fiducia della base scricchiola, l’organizzazione si inventa un modo per giustificare la propria incapacità di rappresentarla. Sembrava quasi che bastasse una semplice domanda, un quesito, per cancellare anni di silenzi imbarazzanti, di compromessi scomodi, di ambiguità lampanti. L’aver firmato contratti da fame, il non aver risolto il problema delle pensioni, della precarietà, della sanità, della scuola, del lavoro stabile e dignitoso, di tutto il resto, si paga. questa volta la strategia non solo non ha funzionato, il bluff è venuto giù.

Quorum non raggiunto Landini dovrebbe dimettersi

Il quorum non è stato raggiunto. Ciò è avvenuto nonostante mesi di propaganda incessante, apparizioni televisive a raffica e dichiarazioni trionfanti che facevano quasi ridere. La partecipazione è stata scarsa, la risposta gelida. Tale esito non è stato solo colpa dell’argomento e del tema strumentale del referendum. Principalmente, la responsabilità ricade su chi lo proponeva. Oggi, infatti, e il risultato lo urla chiaro e tondo, la CGIL di Maurizio Landini non rappresenta più i lavoratori.

Chi lavora lo sa bene: i problemi sono reali, concreti. Mentre tutto questo accade, la CGIL gioca con i referendum riducendone il valore democratico, si chiude nei convegni e celebra i suoi riti burocratici. Del resto, come può un sindacato lasciare intendere di difendere davvero l’articolo 18, se è il primo a licenziare illegittimamente i propri dipendenti? Come poteva essere credibile se, dopo essere stato condannato dalla magistratura a riassumere un suo lavoratore ingiustamente licenziato, ha scelto di non farlo? E ancora, come può mantenere al suo interno dei “sindacalisti” che invece di difendere i lavoratori li licenzia?

Il decadimento della CGIL

Le domande a cui il signor Landini non ha risposto, illudendosi che così facendo non si sarebbe messa in luce una realtà scomoda, lo qualificano non solo come un uomo intellettualmente disonesto, ma anche come un incapace. Il decadimento del suo sindacato lo ha fatto apparire indegno di rappresentare davvero i lavoratori. Tradendo la sua stessa storia, ha tradito anche quella delle generazioni di uomini e donne per bene. Landini ed i suoi sodali hanno preferito il silenzio. Del resto non hanno più nulla da dire, non sanno più parlare il linguaggio della giustizia e della verità.

Landini licenziato dal dissenso che non tollera

Le sentenze della magistratura sono state ignorate, il richiamo dei lavoratori alla concretezza pure. Questo accade perché non sono in grado di riammettere i dirigenti che hanno cacciato e fare i conti con il loro più che giustificato dissenso. Infatti, il punto per questi sciagurati non è trovare le soluzioni ai problemi reali, ma zittire chi cerca di affrontarli. L’onda che li ha travolti, altro non è se non la conseguenza di un fortissimo vento che soffia dalla direzione opposta alle loro false ragioni. Altro che casa dei lavoratori: la CGIL di oggi sembra più un castello medievale circondato da vecchie mura che si stanno sgretolando. Per capirlo basta guardarsi intorno: il dissenso democratico, che non tollerano, si è trasformato in una valanga. Dallo scorso ottobre, i lavoratori che hanno scaricato il modulo da questo sito per fare la disdetta al sindacato sono oltre 40.000.

Landini verso il Parlamento nonostante tutto

Eppure, anche dopo il flop, Maurizio Landini non arretra. Anzi, rilancia. Gia lo vediamo: affermerà che la strada è giusta, che il Paese ha risposto, che è solo l’inizio. Ma quale inizio? Di cosa? Il referendum è stato bocciato, la partecipazione è stata un disastro, i lavoratori hanno voltato le spalle. Landini, però, continua. Il suo sguardo è fisso verso un orizzonte che non c’è. Il suo linguaggio è quello da leader in campagna elettorale. Forse perché, come chi lo ha preceduto non pensa che a se stesso, alle sue ambizioni politiche. Probabilmente il suo stipendio, molto più alto di quello dei lavoratori che dovrebbe tutelare non gli basta. Ora punterà all’indennità parlamentare ed al vitalizio che aggiungerà alla pensione. Avrà i soldi, sarà ancora piu ricco ma verrà ricordato, o meglio dire dimenticato, come un opportunista che ha usato i lavoratori.

Infatti, c’è chi sussurra che stia preparando il salto: dalla CGIL al Parlamento. Le basi ci sono tutte. Il tono da comizio, la retorica a effetto, l’appoggio dei salotti televisivi compiacenti del sistema di potere economico e finanziario che li sostiene entrambi. Per lui, la CGIL è diventata un trampolino di lancio più che uno strumento di lotta.

Ma un sindacalista che ha perso la fiducia della base può pretendere i voti del popolo? Un leader che ha chiuso gli occhi davanti ai licenziamenti in casa propria può chiedere la fiducia per guidare un Paese? La risposta è già nei numeri del referendum: un clamoroso no.

Servirebbe un sindacato nuovo

Per i lavoratori ed i cittadini sarebbe tempo di voltare pagina. Non servono più slogan, servono fatti. Non servono più proclami, servono azioni. Chi ha tradito la fiducia dei lavoratori non può più rappresentarli. Chi ha ignorato la giustizia non può parlare di legalità. Landini avendo ridotto il sindacato a trampolino per la sua carriera personale dovrebbe essere messo da parte.

Servirebbe un sindacato nuovo. Pulito. Radicato tra la gente. Un sindacato capace di ascoltare, di lottare, di resistere. Questo sindacato non si nasconderà dietro i referendum, ma camminerà al fianco di chi lotta ogni giorno nei cantieri, nei magazzini, negli ospedali. Fino a quel giorno, la CGIL resterà sola. Avrà i suoi volantini, le sue firme inutili, e un leader che guarda al Parlamento mentre la sua gente guarda altrove.

AUTORE CGL
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