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CCNL Metalmeccanici: beffa storica. Aumenti veri solo nel 2027

Cinquecentodieci euro netti persi per inseguire la linea del "conflitto permanente" e un aumento reale che si vedrà solo nell'estate del 2027. È questo il bilancio amaro dell'ultima firma sindacale.
Guanto da lavoro logoro su banco metallico e busta paga a zero euro, simbolo della beffa del rinnovo contratto metalmeccanici 2027.

I sindacalisti celebrano un accordo storico. Ai lavoratori, però, i conti non tornano. Questo rinnovo toglie più di quanto porta. La beffa è per tutti, ma colpisce soprattutto gli iscritti CGIL. Per loro, il pareggio tra i salari persi e i nuovi aumenti arriverà solo tra 14 mesi.

Ciò nonostante nei palazzi romani si stappa lo spumante, certi giornali diffondono comunicati trionfali. Invece all’interno delle fabbriche, la calcolatrice restituisce un risultato impietoso.

Gli operai ben sanno che la propaganda va ignorata, contano solo i numeri. Solo osservando i dati nudi e crudi emerge la verità. L’apparato sindacale, però, si guarda bene dal raccontarla.

Questo rinnovo contrattuale non è una conquista da nessun punto di vista. Al contrario, salva in parte il potere d’acquisto solo grazie agli aiuti statali. Inoltre, svende ancora una pezzo del tempo di vita dei lavoratori alle aziende. Cosa ancora meno digeribile è che l’accordo punisce proprio la base più militante.

L’iscritto FIOM-CGIL ha aderito con convinzione agli scioperi. Ha sostenuto le battaglie politiche di Maurizio Landini. Eppure, la firma del 22 novembre 2025 è per lui un’illusione. La parte economica del contratto non parte nemmeno da oggi, gli aumenti scatteranno solo a giugno 2026. Ma il confronto con chi non ha scioperato è impietoso: chi è rimasto in fabbrica incasserà il primo aumento tra poco meno di un anno. Il militante no. Per lui il guadagno economico diventerà effettivo solo nell’agosto del 2027. Di seguito l’analisi dettagliata di questa operazione a somma zero.

Il militante paga per la politica dell’apparato

Un dato inquieta chi ha memoria. Riguarda il prezzo pagato dai lavoratori più attivi. La categoria ha sostenuto un peso notevole per ottenere il rinnovo. Parliamo di quaranta ore di sciopero. Non basta, l’iscritto fedele non si è fermato qui. Ha obbedito alla linea del “conflitto permanente” imposta dalla confederazione CGIL.

Il sindacato lo ha chiamato a una mobilitazione continua. Credendoci, anche se sempre meno, ha partecipato agli scioperi generali contro le Manovre del governo (2023-2024). È sceso in piazza per la pace e per la sicurezza senza ottenere alcun risultato. Infine, ha aderito alle proteste puramente politiche che il segretario della CGIL continua a mettere in campo per non perdere il favore della stampa e della TV. Il prossimo sciopero sarà venerdì 12 dicembre. Di fatto, ha agito come fanteria per la visibilità della segreteria.

Facciamo i conti in tasca a un lavoratore di livello C3 che abbia sempre scioperato. Il quadro appare desolante. Sommiamo le quaranta ore della vertenza alle circa ventotto ore degli scioperi politici, si arriva a un totale di sessantotto ore perse. Il sacrificio è pesante. È una perdita secca. Mancano 510 euro netti in busta paga.

Tempi di recupero lunghi

Il nuovo contratto porta un aumento lordo di circa 177 euro, non di 205 come viene raccontato. Infatti circa 28 euro sono scattati grazie al vecchio contratto nel giugno scorso. La prima parte del nuovo, cinquantatré euro mensili verrà pagata solo a giugno 2026. Al netto delle tasse, restano circa trentasette euro reali. Ma i lavoratori dovranno recuperare i 510 euro netti lasciati sul campo. Per farlo, gli serviranno ben quattordici mesi.

Quindi, il quadro è chiaro. Per tutto il 2026 e per i primi sette mesi del 2027, l’aumento non sarà un guadagno. Servirà esclusivamente a rimborsare i soldi persi scioperando. La verità è cruda. Chi è stato a casa gode del misero aumento dalla prima scadenza. Il militante, invece, raggiunge il pareggio solo nel luglio 2027. Fino ad allora, lavora per ripagarsi la fedeltà alla bandiera.

Il trucco dei salari: paga pantalone, non l’impresa

Esiste poi il tema del risultato economico complessivo. L’inflazione è cresciuta del 17,9% tra il 2021 e il 2025. Il salario minimo tabellare è cresciuto del 17%. È quasi un pareggio. Ma il merito non va alla forza contrattuale del sindacato, la tenuta dipende da fattori esterni.

Il tavolo negoziale ha avuto poco peso. Primo: l’adeguamento all’inflazione, noto con la sigla IPCA, è un calcolo automatico. Alza la paga dei metalmeccanici a scadenza annuale per avvicinarsi un poco ai prezzi che salgono, a prescindere dal rinnovo di questo contratto. Secondo: il taglio delle tasse in busta paga lo paga lo Stato, non l’azienda. Ci sarebbero anche i buoni spesa (welfare). Sono certamente utili, ma non sono stipendio.

I buoni spesa non sono salario, non versano contributi, non fanno maturare il TFR. Il lavoratore perde futuro pensionistico. In definitiva gli aumenti sbandierati oggi arriveranno spalmati nel triennio. Il sindacato ha fatto credere di giocare la sua partita contro l’inflazione, mentre si è limitato a fare lo spettatore. Oggi firma un accordo che certifica poche garanzie, peraltro già esistenti per legge.

Una firma per sopravvivere

C’è un aspetto logico inquietante, smonta la tesi strombazzata in questi giorni del “successo storico”. Il vecchio contratto del 2021 conteneva già le clausole di salvaguardia. Queste servivano ad adeguare i salari all’inflazione. Dunque, questo rinnovo copre solo in parte l’inflazione futura. Sorge quindi un dubbio legittimo: la mobilitazione è stata inutile?

Il sindacato avrebbe potuto limitarsi a chiedere la conferma dei meccanismi contrattuali già previsti. Era tutto lì, scritto nero su bianco. I lavoratori avrebbero ottenuto la stessa tutela senza muovere un dito in più. Invece no: sono state bruciate quaranta ore di sciopero, come se fosse l’unico modo per dimostrare di “essere vivi”.

E non basta: in cambio si sono ceduti pure pezzi di diritti normativi. Per quale motivo? Per portare a casa una firma, per salvare la faccia, per poter dire “abbiamo fatto il contratto”? A volte sembra quasi che gli scioperi servano più a tenere in vita l’apparato che a difendere chi lavora.

La verità è amara: se il sindacato avesse semplicemente detto “manteniamo le regole attuali”, i lavoratori avrebbero guadagnato di più. E non soltanto in busta paga: anche in dignità. Sembra una barzelletta da bar sport, una di quelle che non fanno nemmeno ridere. Ma purtroppo è la fotografia fedele della realtà.

La merce di scambio per il rinnovo del contratto: il controllo del tempo

I soldi sono pochi, in parte non pensionabili e spesso arrivano pure in ritardo. Una mancia, più che un aumento. La cessione sui diritti, invece, è immediata e definitiva. Senza possibilità di appello.

Il punto vero è questo: si è ceduto sul controllo del proprio tempo di vita. Mentre in Europa si discute di settimana corta i metalmeccanici italiani vengono trascinati nella direzione opposta. Hanno accettato una flessibilità che fino a qualche anno fa avrebbero respinto senza esitazioni, perché sapevano che il tempo non è merce: è vita.

È qui che il contratto mostra tutta la sua fragilità. Non è un passo avanti, è un arretramento mascherato da risultato storico. Una scelta che peserà più dei pochi euro in busta paga.

Ma non finisce qui. L’accordo introduce i famigerati “basket”. Un meccanismo che arricchisce l’impresa e svuota le tasche dei lavoratori. Una trovata geniale per le aziende, perché in moltissimi casi azzererà completamente i costi del rinnovo. In pratica: ciò che l’impresa dà con la mano destra, se lo riprende tutto, con la sinistra.

E il funzionamento è tanto semplice quanto spietato. Quando c’è un picco produttivo, l’azienda chiede di lavorare oltre l’orario. Prima del rinnovo quelle ore venivano pagate come straordinario come è sempre stato. Da oggi, invece, finiscono nel “basket” a costo zero. Gratis. Regalate.

Complimenti al sindacato: invece di rafforzare le maggiorazioni per il lavoro aggiuntivo, ha consegnato alle imprese una fetta sostanziosa del salario accessorio dei lavoratori. Più si entra nei dettagli di questo pessimo accordo, più si vede nitidamente la portata del danno. Non è solo un passo falso: è una resa in piena regola.

Il referendum: democrazia a circuito chiuso

Adesso l’apparato cala l’asso della “democrazia”. Annunciano il referendum, con la solita frase di rito: “decidono i lavoratori”. Sembra bello, sembra pulito. Ma manca l’unica cosa che dà credibilità a un voto: un arbitro imparziale.

La domanda è scomoda, ma inevitabile: chi gestisce il voto? Non stiamo parlando di una cosa seria. A presidiare le urne non ci saranno osservatori indipendenti. A contare le schede saranno gli stessi dirigenti che hanno già firmato l’accordo. Il controllore coincide con il controllato. È come far arbitrare la finale di Champions all’allenatore di una delle due squadre.

In queste condizioni il referendum rischia di essere una semplice formalità. Un passaggio cosmetico, utile solo a mettere un timbro su una decisione già presa. Un certificato di “partecipazione democratica” pronto per i comunicati stampa. E quando arriverà il risultato, li vedremo brindare: un’altra bottiglia stappata per celebrare una democrazia che, più che partecipata, è confezionata.

Un sindacato che costa più di quanto rende

La somma finale è tragica: i lavoratori hanno scioperato, hanno perso quasi una mensilità e in cambio ottengono un semplice pareggio con l’inflazione. Pareggio che non paga l’azienda ma lo Stato, cioè tutti noi, lavoratori compresi. Infatti una parte dell’aumento arriva sotto forma di buoni spesa che non saranno tassati ma che porteranno a pensioni più leggere. Nel frattempo, le imprese incassano la flessibilità oraria, che vale molto più dei pochi euro messi in busta paga.

E qui cade l’ultima maschera della struttura sindacale che guida questa ennesima vergogna. Una struttura che dovrebbe difendere chi lavora, e che invece si è ridotta a spremere i propri iscritti. Al tavolo della trattativa sedeva la stessa persona che aveva provato a vendere abbonamenti su TikTok: un comportamento da piazzista, non da dirigente. Pretendeva persino di farsi pagare dai lavoratori per raccontare il contratto che lui stesso firmava. È il punto più basso raggiunto da un’organizzazione che parla di diritti ma si muove come un’azienda in cerca di clienti.

Si sono fermati solo quando sono stati scoperti con le mani nel sacco. Ma la macchia resta e resterà. Perché quando il sindacato si comporta da venditore ambulante invece che da rappresentante dei lavoratoti, ha già smesso di esistere.

Autore: CGL