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CGIL di Landini: il dramma dei giovani che la ignorano

La CGIL di Maurizio Landini prova ad intestarsi il merito della vittoria del NO al recente referendum. Ci spiega che la grande partecipazione al voto dei giovani è il segnale di una nuova primavera democratica. Ecco la cruda realtà dei fatti.
Dipinto futurista dinamico di tre giovani rider italiani. Uno di loro tiene sollevato un cartello di carta consumata con il testo 'IL NO DEI GIOVANI

L’esito del referendum costituzionale del 23 marzo 2026 sembra aver impresso una nuova spinta alla Confederazione Generale Italiana del Lavoro. Con la netta prevalenza del No (53,74%), maturata grazie a una partecipazione superiore alle attese (58,93%), il Segretario Generale Maurizio Landini ha prontamente capitalizzato il risultato. Il leader ha assunto un profilo più vicino a quello di un esponente politico che a quello di un sindacalista attento ai reali problemi dei lavoratori.

l vertice, reduce da una fase di evidente impopolarità e da una serie di sconfitte politiche culminate nel referendum dello scorso giugno — disertato proprio dalle nuove generazioni — tenta ora di rilanciarsi. Maurizio Landini individua nel voto degli under 35 il principale segnale di ripartenza, ma questa lettura rischia di essere più difensiva che analitica.

L’enfasi sul risultato referendario tenta infatti di coprire le difficoltà interne: un sindacato che fatica non solo ad attrarre nuovi iscritti, ma anche a trattenere quelli esistenti. Il nodo, quindi, non è il risultato referendario, ma la tenuta strutturale dell’organizzazione.

Oggi la CGIL mostra una difficoltà evidente nell’intercettare i bisogni delle nuove generazioni, che tendono a considerarla poco rilevante. Un dato, seppur parziale perché riferito alle sole disdette effettuate tramite la nostra piattaforma, è indicativo: si registrano molte migliaia di abbandoni ogni mese. Dall’ottobre 2024 ad oggi più di 85.000 persone hanno scaricato il modulo di disdetta da questo sito. Il fenomeno evidenzia una tendenza che ha ben poco a che fare con una “nuova primavera”.

Altro che vittoria, stiamo assistendo ad una disfatta senza precedenti. L’allontanamento degli iscritti dall’apparato conservatore della CGIL è il vero volto di chi ride per non piangere.

Se si guarda alla realtà organizzativa, lo scarto è palese. Il richiamo ai giovani convive con un sindacato incapace di aprirsi al nuovo. Infatti continua a basarsi su una platea in gran parte composta da pensionati, senza però riuscire a difenderne gli interessi.

Alle nuove generazioni resta ormai uno spazio marginale nelle scelte che contano davvero. Il “Paese della gente normale”, evocato nelle piazze tra bandiere rosse ormai sbiadite, si scontra con una realtà ben diversa: un sistema chiuso, autoreferenziale, in cui i vertici si perpetuano senza reale ricambio.

In questo contesto, il richiamo ai giovani finisce per assumere i contorni di una narrazione più che di un impegno concreto. Una leva comunicativa, utile a mantenere consenso, ma priva di reale apertura e di autentiche opportunità di partecipazione.

Il disincanto delle nuove leve verso il sindacato

Si registra una profonda asimmetria tra la postura pubblica e la reale configurazione di un’organizzazione che fatica a integrare i giovani nei propri centri decisionali. La dialettica generazionale appare dunque più come una manovra politica che come un rinnovamento strutturale e profondo.

Il successo del fronte del No sembra fornire a Maurizio Landini, reduce da ripetute sconfitte, l’opportunità di legittimare la propria linea politica oltre i confini sindacali. Una presa di posizione che, più che produrre risultati concreti, appare come l’inizio di una campagna elettorale in direzione del Parlamento.

Sebbene la fascia tra i 18 e i 34 anni abbia votato in larga parte contro la riforma, le motivazioni risultano eterogenee. Una quota significativa degli elettori ha espresso un dissenso di natura prevalentemente anti-governativa. È evidente come molti giovani mostrino sfiducia verso l’intera classe dirigente, inclusa quella sindacale.

La gerontocrazia CGIL radicata nel vertice

Mentre si parla di giovani e rinnovamento, ai vertici della CGIL l’età media supera i 55 anni: un’età che un tempo coincideva già con la pensione dopo trentacinque anni di lavoro. Il contrasto è evidente: chi ha beneficiato di tutele solide continua a guidare l’organizzazione, ma non è stato capace, o non ha voluto difenderle quando venivano smantellate dai governi definiti amici.

Oggi il risultato è sotto gli occhi di tutti: ai giovani si prospetta un’uscita dal lavoro oltre i 71 anni. Se per Maurizio Landini questa è una “primavera democratica”, per le nuove generazioni è piuttosto il segno di un arretramento storico.

Se la distanza tra base e vertice della CGIL si misura anche in termini economici e di prospettive di vita, perché i giovani dovrebbero continuare a credere nel sindacato? Tutto lascia pensare che, senza lo schieramento della CGIL, il No al referendum avrebbe ottenuto un risultato ancora più netto.

Nei lavori più precari si guadagnano tra i 600 e i 1.000 euro al mese. Dall’altra parte, il segretario della CGIL supera i 100.000 euro lordi annui, circa 4.000 euro netti al mese. Questa è la “primavera”: non quella dei giovani, ma quella di chi dice di volerli rappresentare.

I dati relativi agli iscritti della CGIL svelano la vera natura del problema organizzativo. Sebbene la Confederazione dichiari oltre cinque milioni di tesserati, quasi la metà appartiene al sindacato dei pensionati. Peraltro, sulla base di diverse stime indipendenti, gli iscritti effettivi risultano di molto inferiori. Ci sarebbero oltre due milioni di tessere che non coincidono con persone in carne ed ossa.

In queste condizioni, la CGIL appare avviata verso un lento processo di contrazione. Il segmento giovanile under 35 rappresenta molto meno del 5% del totale, restando una quota del tutto marginale e incapace di incidere.

Il conflitto tra tutela e precariato

L’analisi dei contributi versati dai lavoratori precari non restituisce soltanto un presente fragile, ma delinea un futuro pensionistico profondamente incerto per le nuove generazioni. Carriere discontinue e intermittenti impediranno a molti giovani di maturare, dopo il 2060, i requisiti minimi per un assegno dignitoso.

A ciò si aggiunge un elemento spesso sottovalutato: per un lavoratore precario, un anno di lavoro non coincide quasi mai con un anno pieno di contribuzione. È in questa frattura che si consuma una disuguaglianza crescente, che separa sempre più nettamente la base storica dei lavoratori dai nuovi ingressi nel mercato del lavoro.

La CGIL del prossimo futuro potrebbe non avere più iscritti tra i pensionati. I giovani precari di oggi diventeranno i pensionati poveri di domani: una nuova leva di sfruttati, cresciuti senza tutele e senza una reale rappresentanza sindacale.

Digitalizzazione: l’espediente di un apparato al tramonto

L’introduzione di piattaforme digitali da parte della CGIL si sta rivelando un tentativo debole di intercettare il consenso giovanile. Le nuove generazioni sono già pienamente digitalizzate e accedono ai servizi in modo diretto e autonomo. In questo contesto, la figura di un intermediario datato appare sempre più superflua e ingombrante.

La CGIL appare così avviata non solo verso un declino politico, ma anche organizzativo. All’orizzonte non si intravede alcuna “primavera democratica”: il quadro richiama piuttosto una lenta consunzione, segnata dalla difesa degli equilibri interni e dalla tutela degli interessi di apparato.

Un cambiamento reale richiederebbe innovazione: abbandonare strumenti ormai obsoleti e costruire nuove forme di rappresentanza capaci di intercettare il lavoro che cambia. Continuare a riprodurre modelli che antepongono la tutela della struttura a quella dei lavoratori significa alimentare lo stesso fallimento. In questo contesto, è difficile attendersi una svolta da figure come quella di Maurizio Landini.

Autore: CGL