In Sardegna il dibattito sulla guerra passa anche dai Centri per l’Impiego. Il nuovo accordo tra ASPAL ed Esercito divide la politica e i movimenti civici, mentre, alla data di pubblicazione di questo articolo, non risultano comunicati o prese di posizione pubbliche della CGIL Sardegna sul protocollo d’intesa.
Il protocollo tra ASPAL ed Esercito: cosa prevede l’accordo
Il 17 giugno 2026 l’ASPAL (Agenzia Sarda per le Politiche Attive del Lavoro) e il Comando Militare Esercito Sardegna hanno firmato un protocollo d’intesa con un obiettivo preciso: promuovere la carriera militare come opportunità professionale attraverso gli strumenti pubblici dedicati all’orientamento al lavoro.
L’accordo prevede una collaborazione gratuita tra le due istituzioni e coinvolge direttamente i Centri per l’Impiego, chiamati a organizzare incontri informativi, giornate di orientamento e iniziative rivolte ai giovani, ai disoccupati e ai volontari congedati. Il protocollo apre inoltre alla collaborazione con scuole e università, dove potranno essere sviluppati percorsi di informazione e orientamento dedicati alle professioni militari.
L’intesa resterà in vigore fino al 31 dicembre 2027 e rappresenta, nelle intenzioni della Regione, il primo passo verso accordi analoghi con altre Forze Armate e corpi dello Stato. Per l’Assessorato al Lavoro si tratta di ampliare le opportunità occupazionali offerte ai cittadini; per i critici, invece, è un cambio di paradigma che trasforma le strutture pubbliche per il lavoro in uno strumento di promozione delle carriere militari.
Le proteste: «La Sardegna ha bisogno di lavoro, non di reclutamento»
La firma del protocollo non è passata inosservata. Tra le prime realtà a contestare l’accordo c’è il movimento Sardegna Chiama Sardegna, che parla di una scelta politica profondamente sbagliata per un’isola alle prese con lo spopolamento, la disoccupazione giovanile e una sanità sempre più in difficoltà.
Secondo il movimento, utilizzare i Centri per l’Impiego per orientare i giovani verso la carriera militare significa indicare la divisa come risposta alla mancanza di opportunità lavorative, invece di investire nella creazione di occupazione civile qualificata. Le critiche si concentrano anche sul coinvolgimento di scuole e università, ritenuto un ulteriore passo verso una crescente presenza delle Forze Armate nei percorsi di orientamento destinati alle nuove generazioni.
La polemica assume un peso ancora maggiore in Sardegna, una regione che da decenni convive con una forte presenza di servitù militari. Per i contestatori, la priorità dovrebbe essere quella di creare lavoro stabile nei settori della sanità, della ricerca, dell’innovazione e dei servizi pubblici, offrendo ai giovani alternative concrete senza affidare alle Forze Armate un ruolo sempre più centrale nelle politiche per l’occupazione.
La CGIL tra parole e silenzi: una contraddizione che pesa
Da anni la CGIL denuncia i rischi della militarizzazione della società, critica l’economia di guerra e sostiene la necessità di investire nella pace, nel lavoro e nei servizi pubblici. Posizioni ribadite in numerose iniziative nazionali e regionali, nelle quali il sindacato ha più volte espresso contrarietà all’espansione della cultura militare, soprattutto nei luoghi della formazione.
Per questo sorprende che, davanti al protocollo sottoscritto tra ASPAL ed Esercito, alla data di pubblicazione di questo articolo non risultino comunicati o prese di posizione pubbliche della CGIL Sardegna. Eppure l’accordo riguarda direttamente i Centri per l’Impiego e prevede il coinvolgimento di scuole e università nell’orientamento verso la carriera militare: un tema che tocca da vicino il mondo del lavoro e quello dell’istruzione, due ambiti nei quali il sindacato rivendica da sempre un ruolo centrale.
Non si tratta semplicemente di una nuova opportunità di lavoro. In una fase storica in cui l’Europa aumenta gli investimenti nella difesa e il tema della guerra è tornato al centro del dibattito politico, orientare i giovani verso la carriera nelle Forze Armate assume inevitabilmente anche un significato culturale e politico.
Il contrasto è evidente. Da una parte le dichiarazioni contro la guerra e contro la militarizzazione; dall’altra l’assenza, alla data di pubblicazione di questo articolo, di una presa di posizione pubblica su un’iniziativa che porta le Forze Armate all’interno della rete pubblica dell’orientamento professionale. È una scelta dettata dalla volontà di non compromettere il confronto con la Regione? Oppure la vicenda è stata semplicemente sottovalutata? Domande legittime, alle quali, almeno pubblicamente, non è ancora arrivata una risposta.
La coerenza si misura quando bisogna scegliere
Ogni organizzazione ha il diritto di decidere quando intervenire e su quali temi concentrare la propria azione. Ma quando tra i principi dichiarati e le prese di posizione pubbliche si crea un vuoto, è inevitabile che nascano domande.
La CGIL ha più volte ribadito che il lavoro non può essere subordinato alla logica della guerra e che il futuro dei giovani deve costruirsi attraverso investimenti nella scuola, nella sanità, nella ricerca, nell’industria e nei servizi pubblici. Sono principi richiamati in numerose campagne e iniziative del sindacato.
Per questo il protocollo tra ASPAL ed Esercito rappresentava un banco di prova importante. Non tanto perché mettesse in discussione il diritto delle Forze Armate di reclutare personale, quanto perché affida alla rete pubblica dei Centri per l’Impiego il compito di orientare i giovani anche verso la carriera militare, coinvolgendo scuole e università.
Su questo passaggio, alla data di pubblicazione di questo articolo, non risultano prese di posizione pubbliche della CGIL Sardegna. Ed è proprio questa assenza ad alimentare il dibattito. Perché un sindacato viene giudicato non soltanto per ciò che afferma nei propri documenti, ma anche per le scelte che compie quando quelle stesse idee vengono messe alla prova da decisioni concrete assunte nel proprio territorio.
La vera domanda che la politica deve affrontare
La questione va oltre il protocollo firmato tra ASPAL ed Esercito. Riguarda l’idea di sviluppo che la Sardegna intende costruire per le nuove generazioni.
Se una delle risposte alla disoccupazione giovanile diventa l’orientamento verso la carriera militare, è inevitabile chiedersi se la politica abbia rinunciato a creare opportunità altrettanto solide nella sanità, nella ricerca, nell’innovazione, nell’industria e nei servizi pubblici. Non si tratta di mettere in discussione il ruolo delle Forze Armate, ma di interrogarsi sulle priorità di una Regione che continua a perdere giovani, competenze e capitale umano.
La vera domanda, allora, non è se entrare nell’Esercito sia una scelta legittima. Lo è e deve restare una libera decisione di ogni cittadino. La domanda è un’altra: può un sindacato che si batte contro l’economia di guerra rimanere senza una presa di posizione pubblica quando un ente pubblico promuove la carriera militare attraverso i Centri per l’Impiego? Ognuno tragga le proprie conclusioni.
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