Ancora oggi si dice che tutte le strade portino a Roma. Ci sono quelle ferrate, dove sfrecciano treni verso la capitale, ed altre che ci arrivano attraverso i social. Il treno di Lara Ghiglione è partito da un vagone affollato ed è diventato virale in poche ore. La storia, però, non riguarda soltanto quel viaggio.
La segretaria nazionale della CGIL ha trovato il modo di farsi conoscere da un pubblico molto più vasto. Molti si chiederanno, essendo lei una sindacalista, cosa abbia fatto di tanto importante. Ha portato a casa qualche risultato concreto per i lavoratori? Ma che, ha semplicemente realizzato un video sui social. Ed è proprio qui che la storia comincia a farsi interessante.
Quel treno è arrivato a Roma
Sul regionale Pesaro-Roma, un uomo ha pronunciato frasi violentissime contro le donne, davanti agli altri passeggeri e a una bambina. Ghiglione lo ha affrontato direttamente e ripreso con il telefono. Il video è stato poi pubblicato sui social, raggiungendo, per quanto ne sappiamo, oltre un milione di visualizzazioni.
Su questo non abbiamo nulla da contestarle. Riteniamo che il suo gesto sia assolutamente comprensibile. Davanti a parole del genere è giusto reagire, soprattutto quando vengono pronunciate davanti a una bambina. Non vogliamo nemmeno soffermarci sull’uso dei social per raccontare ciò che era accaduto. Sarebbe un discorso troppo lungo e non è quello che vogliamo affrontare qui.
Il punto è un altro. Su quel treno Ghiglione si è imbattuta in qualcosa che sostiene di conoscere bene e che ha messo al centro dei suoi studi e del suo lavoro: il potere. Lo ha visto nella sua forma più brutale, quella che passa attraverso la violenza delle parole, l’umiliazione e la sopraffazione. E lo ha affrontato.
Fin qui, tutto bene. Anzi, benissimo. Ma proprio perché Lara Ghiglione ha scritto un libro sul potere, vale la pena fare un passo oltre il vagone di quel regionale. Perché il potere non viaggia soltanto sui treni e non si manifesta soltanto nelle forme più evidenti di sopraffazione.
Quando il potere cambia vagone, ma non cambia natura
Lara Ghiglione ha scritto Prepotenti, un libro dedicato proprio ai meccanismi attraverso i quali il potere si costruisce, si conserva e diventa sopraffazione. Il libro affronta questo tema nelle sue forme di dominio e nei meccanismi attraverso i quali può produrre silenziamento.
C’è una sua frase che ci interessa particolarmente: «Non basta cambiare i nomi di chi comanda, se restano intatti i codici del dominio». È un presupposto ovvio, quasi banale, ma contiene una tesi precisa. Cambiare chi occupa una posizione non significa necessariamente cambiare il potere.
Ed è proprio questa tesi che vogliamo prendere sul serio. Talmente sul serio da provare ad applicarla alla stessa persona che l’ha scritta. Perché una teoria sul potere, come del resto tutte le teorie, diventa interessante soltanto quando arriva il momento di calarla nella realtà.
Oggi Ghiglione occupa un ruolo di primo piano nella Segreteria nazionale della CGIL. Il suo potere non nasce semplicemente dalla sua capacità di parlarne e di scriverne. Nasce dall’incarico che ricopre e dalle regole che le attribuiscono quella funzione.
Ed è qui che la faccenda diventa molto più pregnante del suo video realizzato in treno. Perché criticare gli altri, anche giustamente, come nel caso di quello sciagurato, è una cosa. Trovarsi dentro un’organizzazione come la CGIL, dove il potere si mastica con tutti i denti, è tutta un’altra storia.
Criticare il potere è facile, quando diventa tuo, un po’ meno. Vediamo se questo vale e in quale misura anche per la sindacalista Lara Ghiglione.
Potremmo persino concedere alla Ghiglione che il volersi rendere visibile, come ha fatto su quel treno, valorizzandosi da sola, risponda a una precisa strategia. La critica al potere maschista può certamente servire a costruire consenso e arrivare nei luoghi dove quel potere viene esercitato. In questo senso non ci sarebbe nulla di scandaloso.
Anzi, dovrebbe essere normale. Una persona individua un problema, lo racconta, convince altre persone e conquista una posizione dalla quale può provare a cambiarlo. La politica, almeno quella che vale qualcosa, dovrebbe funzionare anche così. Il problema arriva dopo, quando quel potere finisce nelle tue mani e devi decidere cosa farne.
È proprio in quel momento che una teoria smette di essere una teoria e comincia a pagare il conto della realtà. Perché riconoscere il potere è certamente importante, ma non basta. Se riconoscerlo serve a renderlo visibile, allora il passaggio successivo dovrebbe essere inevitabile: capire da che parte stare e assumersi le conseguenze della scelta.
Ed è proprio qui che cominciano a vedersi i limiti di Prepotenti. Il potere più difficile da riconoscere non è quello che abbiamo davanti e che possiamo facilmente indicare agli altri. È quello che passa attraverso la posizione che occupiamo e dalla quale traiamo il nostro stesso potere.
Dalla teoria alla vera realtà del potere
Le facciamo un esempio concreto, signora Ghiglione, su un tema che lei dovrebbe conoscere abbastanza bene. Se una donna denuncia il proprio capo che la molesta e viene licenziata, ha affrontato il potere. Se invece rinuncia a parlare per conservare il posto, il potere ha ottenuto ciò che voleva.
L’ha piegata alla sua volontà. Non ha dovuto nemmeno usare la forza bruta: gli è bastata la paura di perdere quel posto. La differenza non sta quindi soltanto nel riconoscere il potere, ma nella capacità e nel coraggio di affrontarne le conseguenze.
E allora proviamo a immaginare il paradosso. Una donna sindacalista potrebbe prendere a riferimento questa durissima realtà, che ogni giorno riguarda migliaia di lavoratrici, e cucirsela addosso, trasformandola in uno strumento per gestire il potere.
E se nella CGIL ci fossero donne che inventassero violenze o minacce da parte dei colleghi sindacalisti per sconfiggerli politicamente, sarebbe altrettanto grave, non crede, signora Ghiglione? Perché anche questo sarebbe potere. Il potere di presentarsi come vittima per delegittimare chi si vuole colpire.
Considerato che nella CGIL lei si occupa proprio di problemi di genere, si è mai interrogata sulla possibilità che questi fenomeni possano esistere? Non parliamo soltanto di fenomeni possibili. Parliamo anche di fenomeni reali, che si sono verificati in passato, anche in Sardegna.
Allora non crede che il potere abbia molte più facce di quelle che possiamo immaginare? E che possa indossare tutte le maschere possibili per nascondersi, anche quella della vittima?
Un potere esercitato attraverso la menzogna, la paura e la delegittimazione dell’avversario. E allora di quale riconoscimento del potere parla nel suo libro? Se riconoscere il potere significa renderne visibili i meccanismi, bisogna essere capaci di riconoscerli anche quando vengono esercitati dalla propria parte.
Lei si dichiara una donna di parte, una femminista convinta, benissimo. Ma non crede che, nell’esercizio del potere, una donna e un uomo debbano essere giudicati per quello che fanno, a prescindere dal sesso? Possiamo anche concedere che le donne, per molti aspetti, siano più avanti degli uomini. Ma proprio per questo non dovrebbero accettare di essere rinchiuse in una categoria.
Perché anche una categoria può diventare una forma impropria di esercitare il potere, quando viene utilizzata per stabilire chi merita una valutazione diversa dagli altri. Il potere non dovrebbe avere sesso. Quando però si costruiscono steccati ideologici per stabilire chi debba essere giudicato diversamente, si producono proprio quelle conseguenze negative che lei analizza nel suo libro, senza però indicare soluzioni credibili.
Ed è qui che Prepotenti mostra il suo limite più evidente. La Ghiglione descrive dinamiche di potere che pretende di spiegare agli altri, ma sembra non riconoscerle quando il potere passa attraverso la propria parte. E se non si riesce a riconoscere il potere quando lo si esercita, difficilmente si può pretendere di averne compreso davvero i meccanismi.
Poi arriva un lavoratore, e chiede soltanto il suo TFR
C’è una vicenda che, da sola, basta a mettere alla prova le teorie astratte del libro della dottoressa, nonché docente di scuola e sindacalista Lara Ghiglione. È quella di un ex dipendente della CGIL che ha dovuto combattere per ottenere il proprio TFR. Non chiedeva un favore. Non chiedeva un privilegio. Chiedeva il trattamento di fine rapporto maturato lavorando per il sindacato. Una richiesta talmente elementare da sembrare quasi imbarazzante doverla spiegare.
Eppure quel lavoratore ha dovuto rivolgersi alla magistratura, rimanendo bloccato per moltissimi anni. La vicenda è arrivata fino alla Cassazione, che ha definitivamente riconosciuto il suo diritto. A quel punto, ragionevolmente, questa vergognosa pagina, che racconta una storia di potere prevaricante, avrebbe dovuto essere finalmente chiusa.
Non è stato così. Per arrivare al proprio denaro, quel lavoratore ha dovuto ricorrere all’esecuzione forzata. Un ufficiale giudiziario è arrivato a bloccare un conto bancario della CGIL.
Fermiamoci un momento. Un lavoratore ha dovuto ricorrere alla forza dello Stato per ottenere dal proprio datore di lavoro, la CGIL, un diritto previsto dalla legge e che la magistratura aveva già riconosciuto come suo. Non è una disputa teorica sul potere. È un fatto concreto, con un lavoratore da una parte e il suo datore di lavoro dall’altra.
Quando il potere del sindacato finisce dall’altra parte
La Segreteria nazionale della CGIL, guidata da Maurizio Landini e della quale fa parte la studiosa Lara Ghiglione, si trovava davanti a una decisione giudiziaria definitiva. Eppure il lavoratore è dovuto arrivare all’esecuzione forzata per ottenere quanto gli spettava.
Il risultato è abbastanza surreale. La CGIL nasce per difendere i lavoratori e i loro diritti. Qui abbiamo invece un lavoratore costretto a difendere un proprio diritto contro la CGIL, che in quella vicenda era il suo datore di lavoro.
E allora la questione diventa molto semplice: cara signora Ghiglione, quando il problema è dentro la CGIL, Lei il potere riesce a vederlo oppure improvvisamente diventa invisibile? Perché, se non lo si riconosce nemmeno quando ti sta infilzando le dita negli occhi, allora c’è davvero da piangere. E non soltanto per quello che è diventato il sindacato, ma anche per le pagine del suo libro che, davanti a questa realtà, perdono ogni credibilità.
Ed è proprio davanti a questo fatto che Prepotenti dovrebbe dimostrare quanto vale. Qui non siamo più davanti a un uomo che pronuncia parole ripugnanti su un treno. Qui siamo dentro la struttura di potere della stessa organizzazione nella quale Ghiglione esercita il proprio incarico.
La questione, quindi, non riguarda un principio astratto. Riguarda il potere concreto che aveva davanti a lei e che non ha visto. Se la sua teoria fosse corretta, allora il potere dovrebbe essere riconoscibile anche e soprattutto quando viene esercitato nella propria organizzazione.
Eppure di questa vicenda abbiamo parlato per primi sul nostro sito. Poi il caso è stato rilanciato dai media nazionali ed è diventato, per diffusione, persino più virale del video girato su quel treno.
Ci potremmo domandare: possibile che Lara Ghiglione non abbia visto il potere che nega un diritto a un lavoratore dipendente della CGIL? Un potere assurdo che è chiamata a sconfiggere proprio in quanto sindacalista?
Ma forse possiamo fare ancora di più. Possiamo raccontare che cosa succede quando questo genere di potere lo riconosci davvero e decidi di metterlo in discussione. Noi questa esperienza non l’abbiamo studiata sui libri. L’abbiamo vissuta sulla nostra pelle.
Fatti fuori, ma non sconfitti
Abbiamo contestato il potere della CGIL dall’interno e quel potere ci ha fatto fuori. Le sentenze della magistratura hanno poi riconosciuto l’illegittimità delle nostre espulsioni, ma non siamo stati reintegrati.
A prima vista potrebbe sembrare una sconfitta. In realtà è proprio da fuori che abbiamo conquistato la libertà che in questa CGIL non si può più avere. Liberandoci di quel potere, abbiamo potuto finalmente metterlo in discussione senza doverne più chiedere il permesso.
È questo il punto fondamentale che Prepotenti sembra non vedere. Il potere può farti fuori per difendere se stesso, ma può anche liberarti dalla posizione che ti impediva di combatterlo davvero.
Oggi siamo fuori dalla CGIL e proprio per questo possiamo continuare la nostra battaglia. Abbiamo perso una posizione, ma abbiamo moltiplicato la possibilità di dire ciò che pensiamo per rafforzare quello in cui crediamo.
È qui che la teoria dovrebbe incontrare la realtà. Se vuoi cambiare il potere, devi essere disposto a perdere ciò che quel potere ti concede. Peraltro, non esistono poteri buoni. Esistono poteri meno cattivi di altri. Ma il potere può cambiare in meglio soltanto quando chi lo esercita decide di guardarlo in faccia e di non usarlo per conservarlo, quando non serve più alle idee e ai valori per i quali dovrebbe essere esercitato.
Il potere si cambia quando sei disposto a perderlo
Se Ghiglione avesse preso posizione, avrebbe potuto dire una cosa molto semplice: «No. Queste cose nella CGIL non si fanno. Non si calpestano i diritti dei nostri lavoratori dipendenti. Caro Maurizio Landini, dobbiamo rispettare le sentenze della magistratura e i diritti di quel lavoratore che la CGIL ha vergognosamente calpestato».
Se gli altri componenti della Segreteria fossero stati contrari, avrebbe potuto perdere quella battaglia. Avrebbe potuto perdere persino il proprio incarico. Ma, perlomeno, sarebbe rimasta fedele alle sue stesse idee.
Avrebbe dimostrato di aver compreso una cosa fondamentale: il potere che vuoi cambiare può reagire contro di te. Può isolarti, toglierti l’incarico o persino farti fuori. Il vero potere che una persona può esercitare, alla fine, non è quello della carica che occupa. È quello che nessun regolamento può toglierle: la possibilità di dire no, anche quando quel no può costarle il posto.
È questa la differenza tra esercitare un potere e subirne la logica. Nel primo caso decidi come utilizzarlo. Nel secondo finisci per adattarti alle sue regole, anche quando producono ciò che dicevi di voler combattere.
E allora, signora Ghiglione, il suo libro alla prova dei fatti non regge
Potremmo fare molti altri esempi, e sono tantissimi, ma non vogliamo allungare il brodo delle assurdità che governano questa povera e forse perduta organizzazione sindacale. Il caso del TFR è già sufficiente per mettere alla prova Prepotenti, che invitiamo chi ci segue ad acquistare e a leggere.
Ed è proprio qui che la teoria viene messa davanti alla realtà. Non basta osservare il potere, analizzarne i meccanismi e denunciarne le degenerazioni. Bisogna capire come si comportano le persone quando quel potere arriva nelle loro mani.
Il problema, quindi, non è soltanto riconoscere il potere o individuare i suoi codici. È capire che cosa ne fa ogni singola persona quando ha la possibilità di usarlo.
Una teoria del potere dovrebbe essere capace di misurarsi prima di tutto con il potere che abbiamo davanti agli occhi. Soprattutto quando quel potere appartiene alla propria organizzazione e riguarda persone che quella stessa organizzazione dovrebbe difendere.
Se non riesce a farlo, resta una teoria sul potere. Può essere interessante da leggere, ma non diventa uno strumento per cambiarlo.
E qui arriviamo al punto. Prepotenti non è da correggere, né da aggiornare. La teoria sulla quale è costruito è sbagliata. E quel libro va riscritto dalle fondamenta.



