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Eurallumina: 17 anni di CIGS, la CGIL festeggia

Diciassette anni di crisi, operai sospesi tra cassa integrazione e incertezza, una fabbrica che non riparte. Eppure, nel racconto della CGIL, la proroga degli ammortizzatori diventa una notizia da festeggiare. Il dramma di Eurallumina.
Eurallumina tra fiaba e realtà: castello dalle porte spalancate e cancelli chiusi dello stabilimento industriale, simbolo di diciassette anni di crisi e cassa integrazione.

Diciassette anni di fabbrica ferma, cassa integrazione a ripetizione e operai costretti a salire sui silos per richiamare l’attenzione delle istituzioni. Anni di promesse, rinvii e attese, senza che lo stabilimento abbia mai ripreso la produzione. Eppure, per Collettiva, il giornale online della CGIL, basta sospendere una protesta per confezionare una notizia da raccontare con soddisfazione. Gli operai scendono dai silos, la vertenza scompare momentaneamente dalle cronache e tutto sembra andare per il meglio. Ma, dopo diciassette anni, al di là delle proroghe della cassa integrazione, quale risultato concreto può rivendicare il sindacato?

Il bicchiere mezzo pieno di Collettiva

Leggere il resoconto di Collettiva sulla vertenza Eurallumina significa assistere all’ennesimo esercizio di equilibrismo sindacale. Basta che i lavoratori sospendano la protesta perché la notizia venga presentata come un successo. Arriva una proroga della CIGS, la tensione si allenta e la vicenda sembra improvvisamente avviarsi verso una conclusione rassicurante. Gli operai tornano a casa, le cronache si diradano e lo stabilimento scompare nuovamente dalla scena.

È come nella Bella addormentata nel bosco dei fratelli Grimm: dopo la puntura del fuso, la principessa cade in un sonno profondo e il castello sprofonda nel silenzio, mentre la vegetazione avanza e il tempo sembra fermarsi. Nel Sulcis, però, a dormire non è una principessa, ma una fabbrica che, anno dopo anno, subisce gli effetti dell’abbandono e si deteriora, mentre centinaia di lavoratori aspettano ancora di poter tornare al proprio posto.

Il risveglio, almeno per ora, è rimandato alla prossima scadenza della cassa integrazione. Allora gli operai potrebbero essere costretti a tornare sui silos per chiedere un altro rinnovo. Seguiranno forse una nuova proroga, la fine della protesta e un’altra tregua. Un copione che si ripete da anni, mentre la ripresa produttiva resta soltanto una promessa.

La crisi di Eurallumina è iniziata nel 2009, con la fermata della produzione. Da allora si sono susseguiti interventi istituzionali, progetti di rilancio, procedure autorizzative e rinnovi della cassa integrazione. Eppure, lo stabilimento non ha ripreso la produzione e il futuro occupazionale resta irrisolto.

La CGIL non è l’unica responsabile di questa situazione. Le scelte aziendali, le autorizzazioni e le decisioni dei governi hanno contribuito a determinare l’esito della vertenza. Ma il sindacato deve rispondere dei risultati della propria azione. Dopo diciassette anni, non basta raccontare la fine di una protesta come un traguardo: occorre spiegare perché, nonostante tante promesse e altrettante proroghe, non si sia ancora arrivati a una soluzione.

Diciassette anni tra promesse, proroghe e proteste

Dal 2009, la vicenda Eurallumina si trascina tra trattative, progetti industriali e interventi istituzionali che non hanno restituito ai lavoratori la prospettiva di un ritorno in fabbrica. Anno dopo anno, la speranza di una ripartenza si è affievolita e le proteste si sono progressivamente concentrate sulla continuità degli ammortizzatori sociali. La difesa del reddito, indispensabile per gli operai, è diventata così l’obiettivo immediato di una crisi senza soluzione.

  • 2009 – La fabbrica si ferma. La produzione viene interrotta e comincia una lunga fase di incertezza occupazionale.
  • 2010–2013 – Trattative e interventi istituzionali. Si cercano soluzioni per il rilancio dello stabilimento, ma l’attività produttiva resta sospesa.
  • 2014 – Il rilancio non si concretizza. Proseguono le iniziative per individuare una soluzione industriale, senza risultati sul piano produttivo.
  • 2015–2016 – Investimenti e autorizzazioni. Il futuro dello stabilimento viene legato a un progetto energetico e alle autorizzazioni necessarie, ma gli impianti non ripartono.
  • 2017–2018 – Nuove mobilitazioni. I lavoratori tornano a protestare per richiamare l’attenzione delle istituzioni e ottenere risposte sul proprio futuro occupazionale.
  • 2019 – Dieci anni di fermata. Un decennio dopo l’interruzione della produzione, manca ancora una soluzione definitiva.
  • 2020–2021 – La crisi resta irrisolta. Nonostante le iniziative avviate, il futuro dello stabilimento continua a essere incerto.
  • 2022–2023 – Ulteriori difficoltà. Le vicende legate alle sanzioni e al congelamento degli asset complicano il quadro finanziario e le prospettive di rilancio.
  • 2024–2026 – La mobilitazione per la CIGS. Nuovi periodi di cassa integrazione accompagnano una crisi nella quale la ripartenza industriale resta ancora irrealizzata.

Questa successione di eventi mette in luce un doppio fallimento. I governi nazionali e regionali non sono riusciti a correggere le storture delle politiche industriali e a creare le condizioni per una soluzione. La CGIL, dal canto suo, non è riuscita a trasformare la mobilitazione in un cambiamento concreto. Da agente di trasformazione del sistema, il sindacato sembra essersi ridotto a un soggetto che ne subisce le dinamiche e ne amministra le conseguenze.

È qui che la critica sindacale diventa inevitabile. Una vertenza che dopo quasi due decenni non ha prodotto la svolta attesa non può essere considerata ancora aperta nello stesso senso in cui lo era all’inizio. È una vertenza ormai esaurita nella sua capacità di produrre risultati, nella quale l’obiettivo originario è rimasto irraggiunto e le iniziative si sono progressivamente adattate alla gestione dell’emergenza. Il rinnovo della CIGS tutela il reddito, ma non restituisce agli operai una prospettiva professionale. E celebrare la conclusione di una protesta come un successo non cambia questa realtà.

Occorre quindi abbandonare una strategia che non ha dato i risultati sperati e cercare strade diverse. Governo e Regione devono promuovere un piano operativo che verifichi, da un lato, le condizioni ancora necessarie per un eventuale rilancio di Eurallumina e, dall’altro, le alternative occupazionali concretamente realizzabili nel territorio. Tra queste vanno valutati gli interventi di messa in sicurezza e bonifica ambientale, individuando progetti finanziabili, competenze utilizzabili e reali possibilità di impiego.

La CGIL dovrebbe essere in prima fila nel pretendere un percorso con risorse definite, responsabilità chiare e scadenze verificabili, senza limitarsi a chiedere un’altra proroga. Se il rilancio industriale non offre prospettive praticabili, occorre battersi perché le alternative non restino sulla carta. Dopo tanti anni, i lavoratori non hanno bisogno di un’altra tregua né di una nuova promessa: hanno bisogno di una soluzione concreta. È su questo che si misura la capacità di un sindacato di cambiare la realtà, anziché limitarsi a subirla.

Il sostegno al reddito non è una conquista industriale

La cassa integrazione serve a proteggere i lavoratori quando la produzione si interrompe. Diventa però il simbolo di una sconfitta quando si prolunga per anni senza una prospettiva di ripartenza. Tutelare il reddito è un dovere, ma non può trasformarsi nell’unico obiettivo raggiungibile, mentre gli impianti restano fermi e il futuro occupazionale si dissolve nell’attesa.

C’è anche un prezzo meno visibile. Una lunga permanenza in CIGS può incidere sulla futura pensione, a seconda della retribuzione di riferimento, della contribuzione accreditata e della posizione individuale. Ogni lavoratore dovrebbe quindi poter conoscere con chiarezza gli effetti previdenziali della propria situazione.

C’è poi una questione che riguarda direttamente il rapporto tra sindacato e lavoratori. Per ragioni non soltanto etiche, ma anche di efficacia dell’azione sindacale:

la CGIL dovrebbe rinunciare a trattenere le quote associative dalla cassa integrazione.

Chi si trova da anni in una condizione di incertezza economica non dovrebbe essere chiamato a finanziare un’organizzazione che non è riuscita a modificare quella situazione. Per mantenere valida l’adesione, basterebbe chiedere un contributo simbolico di un euro, lasciando al lavoratore la libertà di confermare la propria iscrizione. Il rapporto tra sindacato e iscritti dovrebbe fondarsi sulla fiducia e sui risultati, non su trattenute automatiche durante una condizione di difficoltà.

È questo il punto che la CGIL non può più eludere. La fine di una protesta non è una vittoria se, qualche mese dopo, i lavoratori devono tornare a mobilitarsi per ottenere un’altra proroga. E il rinnovo della CIGS, per quanto necessario, non può essere presentato come il traguardo di una battaglia nata per difendere l’occupazione. Quando la tutela dell’emergenza diventa l’orizzonte dell’azione sindacale, il problema non è più soltanto la crisi industriale: è anche l’incapacità di chi dovrebbe contrastarla di indicare una via d’uscita.

Se, dopo questa ennesima proroga, la prossima mobilitazione servirà ancora a ottenere il rinnovo degli ammortizzatori sociali, i lavoratori invitino i propri rappresentanti a salire sui silos e a restarci fino a quando non avranno ottenuto ciò che da anni dichiarano di voler conquistare. Se la strategia sindacale è quella giusta, siano proprio coloro che la sostengono a metterla in pratica, assumendosi la responsabilità dei risultati.

La Bella addormentata, nella fiaba, prima o poi si risveglia e le porte del castello si spalancano. A Eurallumina, invece, dopo diciassette anni, nessuno sa ancora quando riapriranno i cancelli. E forse è proprio questa la domanda che Collettiva, il giornale online della CGIL avrebbe dovuto porre, anziché presentare la fine di una protesta come una buona notizia, tra bicchieri mezzo pieni e bicchieri mezzo vuoti.

Perché, dopo diciassette anni, il problema non è quanto vino resti nel bicchiere, ma chi continua a versarlo senza accorgersi che, a forza di parole, siamo ormai tutti ubriachi.

Autore: CGL
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