Il verdetto dell’Assemblea Generale della CGIL segna una svolta storica e certifica nei numeri il fallimento politico della gestione di Maurizio Landini. La votazione a scrutinio segreto per l’elezione della nuova segreteria confederale ha infranto la tradizionale liturgia del «voto bulgaro» e dell’unanimità di circostanza. Il risultato lascia emergere un sindacato profondamente diviso, con un segretario generale che non può contare sulla maggioranza assoluta del proprio organismo di vertice.
L’aritmetica del crollo: Landini è una minoranza nel suo parlamentino
I numeri della votazione sull’Assemblea Generale, composta da 287 componenti aventi diritto, raccontano una realtà difficile da ignorare. I voti favorevoli sono stati 142, quelli contrari 77, mentre 57 componenti non si sono presentati. A questi si aggiungono 9 astenuti e 2 schede nulle.
Il dato più significativo è che i 142 voti favorevoli raccolti da Landini rappresentano appena il 49,48% degli aventi diritto al voto. Il Segretario Generale non ha raggiunto nemmeno la maggioranza assoluta dei componenti del proprio parlamentino.
La somma dei voti contrari, dei componenti che non si sono presentati, degli astenuti e delle schede nulle raggiunge 145 delegati su 287, pari al 50,52%. In altre parole, la maggioranza dei componenti dell’Assemblea non ha espresso un voto favorevole al nuovo assetto di vertice.

La proiezione sugli iscritti: oltre 2,6 milioni senza un voto favorevole
La CGIL dichiara ufficialmente 5.172.844 iscritti. Dividendo questo dato per i 287 componenti dell’Assemblea Generale, ogni delegato corrisponderebbe matematicamente a circa 18.024 tesserati.
Applicando questa proporzione democratica all’esito del voto, stabilità all’ultimo congresso, i 142 delegati favorevoli rappresenterebbero poco meno della metà degli iscritti dichiarati. I 77 contrari, invece, corrisponderebbero a oltre 1,3 milioni di iscritti, traducendo in termini di rappresentanza una consistente opposizione alla linea di Corso d’Italia.
Anche i componenti dell’assemblea che non si sono presentati rappresenterebbero, secondo questa proiezione, oltre un milione di iscritti. Sommando tutte le posizioni che non hanno espresso un voto favorevole, si arriva a 2.613.458 iscritti ufficiali, pari al 50,52% del totale.
Peraltro, secondo le nostre stime, la CGIL gonfierebbe il numero degli iscritti. Il dato più realistico si attesterebbe intorno ai tre milioni, probabilmente anche meno.
La vergogna di Serena Sorrentino: premiata chi non pubblica i bilanci
Nonostante la bocciatura nei numeri, l’operazione di Landini ha portato a compimento l’ingresso in segreteria confederale di Serena Sorrentino, già delfino di Susanna Camusso. Una promozione evidentemente pianificata dall’apparato, che rappresenta un vero e proprio insulto alla trasparenza e alle regole statutarie.
Sorrentino è la figura simbolo della burocrazia cresciuta all’interno dell’apparato sindacale. Durante la sua gestione al vertice della Funzione Pubblica, ha evitato di pubblicare i bilanci consuntivi della categoria, sottraendo i rendiconti finanziari al controllo degli iscritti e dei cittadini.
In base all’articolo 28 dello Statuto della CGIL, oltre che ai principi generali della Legge 124/2017 e del Codice Civile sulla trasparenza degli enti che gestiscono denaro associativo, un dirigente che non rende pubblici i bilanci dovrebbe essere sanzionato o, quantomeno, apertamente biasimato.
Nella CGIL di Landini avviene il contrario: chi non garantisce la trasparenza dei conti e dei bilanci non viene punito, ma premiato con l’ingresso nei massimi organismi dirigenti. Una scelta che potrebbe persino spianare la strada alla futura successione alla guida del sindacato, portando al comando la delfina dell’ex segretaria generale Susanna Camusso. Degli altri componenti eletti nella nuova segreteria confederale, che potrebbero essere stati inseriti proprio per contrastare questo disegno, ci occuperemo in seguito, con approfondimenti dedicati.
Le conseguenze di un modello autoritario
Dopo essere stata collocata alla guida della commissione incaricata di riscrivere il Programma Fondamentale della CGIL, modificando di fatto l’eredità storica di Bruno Trentin, Sorrentino fa il suo ingresso nel gruppo dirigente di un sindacato guidato da un segretario generale che non ha più la maggioranza del proprio apparato. Un uomo sempre più isolato, che si prepara a uscire di scena dopo aver portato l’organizzazione a uno stato comatoso.
Con 77 voti contrari nell’organismo di vertice e oltre 110.000 disdette sindacali già inviate dai lavoratori attraverso la nostra piattaforma, il nuovo assetto della CGIL sembra imprimere un’accelerazione alla decadenza di quello che un tempo fu un sindacato di classe. La nomina di Serena Sorrentino, a nostro giudizio, conferma la direzione suicida intrapresa dall’organizzazione. Invece di aprirsi al confronto e recuperare il rapporto con i lavoratori, la CGIL appare sempre più arroccata nella difesa di un’oligarchia burocratica, lontana dai principi di democrazia che dovrebbe esprimere.



