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Inizio anno scolastico, CGIL bocciata in partenza

Vent’anni di denunce, scioperi e proteste. E i problemi della scuola sono ancora tutti lì. Se il sindacato continua a denunciare precariato, stipendi, personale e dimensionamento senza ottenere risultati, allora non si capisce a cosa serva.
I problemi irrisolti della scuola e le denunce del sindacato su precariato, personale e dimensionamento, sempre uguali a se stesse

Precariato, carenza di personale, dimensionamento, stipendi e dispersione scolastica: la FLC CGIL denuncia come ogni anno i problemi della scuola. Ma se sono gli stessi di sempre e, come ammette lo stesso sindacato, continuano ad aggravarsi e a cronicizzarsi, forse è arrivato il momento di guardare anche dall’altra parte. Non soltanto verso chi governa, ma verso tutti gli attori che, da anni, continuano ad occuparsi a vario titolo della formazione in Italia.

Il 3 settembre, parlando dell’inizio del nuovo anno scolastico, Francesca D’Agostino della FLC CGIL Sardegna ha usato un’espressione che, più di altre, merita di essere ascoltata: «Si inizia con i problemi di sempre». Precariato, carenza di personale, dimensionamento, stipendi insufficienti. Problemi che, secondo la rappresentante sindacale, non soltanto non sono stati risolti, ma «si aggravano e si cronicizzano».

Nel suo intervento vengono richiamati numeri e questioni che conosciamo bene: circa 5.000 insegnanti in meno rispetto al fabbisogno indicato, una copertura delle necessità del personale ATA che si fermerebbe al 35,2%, nove ulteriori autonomie scolastiche cancellate e una situazione salariale considerata tra le peggiori d’Europa. Il quadro denunciato è quello di una scuola che continua ad arrancare mentre le soluzioni sembrano sempre rimandate.

Ed è proprio qui che, forse, occorre fermarsi un momento. Perché una denuncia può fotografare perfettamente un problema, ma quando non porta mai a una soluzione diventa una litania senza sbocco. Se gli stessi problemi vengono denunciati per anni e continuano a produrre gli stessi disastri, prima o poi la domanda non può più essere rivolta soltanto a chi governa. Deve riguardare anche il modo in cui gli altri attori hanno affrontato la situazione.

Se manca una lavagna, bisogna procurarsi una lavagna

Facciamo un esempio semplice, e ci si perdoni la banalità. Se in una classe manca la lavagna, l’insegnante può denunciarlo. Può spiegare agli studenti quanto quella mancanza renda difficile fare lezione, può chiedere che venga risolta e può tornare a segnalarla se nessuno interviene.

Ma immaginiamo che, dopo mesi, la lavagna continui a non arrivare. A quel punto si potrebbe sempre aspettare che si guasti il riscaldamento, che faccia abbastanza freddo e che il fiato degli alunni appanni i vetri delle finestre. Avremmo finalmente una superficie su cui scrivere, ma difficilmente potremmo chiamarla una soluzione.

Il punto è proprio questo: se manca una lavagna, bisogna procurarsi una lavagna. Se la strada percorsa per ottenerla non funziona, bisogna cercarne un’altra. La denuncia può essere necessaria, ma non può diventare il traguardo della vertenza.

La differenza sembra banale, ma è invece decisiva quando si parla di sistemi complessi. Una vertenza nasce da un problema, individua un obiettivo, esercita una pressione, cerca un risultato e, quando quel risultato arriva, apre una nuova fase. Se invece la stessa denuncia torna ciclicamente, con gli stessi problemi e gli stessi obiettivi, senza che il risultato cambi, qualche domanda sulla strategia bisognerebbe porsela, o no?

Non significa che chi denuncia abbia creato il problema. Significa chiedersi se, dopo tanti anni, il metodo utilizzato per affrontarlo, visto che non funziona, non debba essere finalmente abbandonato.

Il pane e la nuova fame

C’è poi una questione che rende il problema ancora più complesso: la demografia. In Sardegna gli studenti diminuiscono e continueranno, secondo le proiezioni demografiche, a diminuire. Questo rende inevitabile interrogarsi anche sulla rete scolastica. Pensare di mantenere immutata per sempre una struttura costruita quando gli abitanti e gli studenti erano molti di più rischia di trasformare la difesa della scuola in una difesa degli edifici, anziché del diritto allo studio. Qui torna utile un’altra immagine:

possiamo continuare a parlare del pane quando cambia la fame?

A rigor di logica, il punto non è conservare ogni edificio scolastico così com’è, ma trovare il modo di garantire che un ragazzo che vive in un piccolo centro abbia la stessa possibilità di studiare di chi vive in una città. La tecnologia, in questo senso, potrebbe permettere di ripensare anche la postazione dello studente, senza necessariamente trasformare la scuola in una semplice esperienza a distanza.

Ma quando i conti non tornano e non possono tornare, alcune forme di apprendimento dovrebbero essere organizzate diversamente. Occorre evitare che la distanza diventi un ostacolo quotidiano che, col tempo, porta a rinunciare allo studio.

Perché la vera emergenza potrebbe essere un’altra. La nuova fame è quella dei diritti che abbiamo conquistato e che oggi rischiano di essere progressivamente ridotti: il diritto allo studio, il diritto a un lavoro stabile e dignitoso, la possibilità di costruire il proprio futuro senza che il luogo in cui si nasce determini già una parte del proprio destino.

E se continuiamo a indebolire i mezzi che producono questi diritti, rischiamo di arrivare al punto in cui non sarà più questione di non avere fame di pane. Potremmo non avere più gli strumenti per produrlo. E uno degli aspetti immateriali fondamentali per produrre futuro è la conoscenza.

Gli attori del sistema

A questo punto la scuola non può più essere osservata soltanto attraverso il rapporto tra governo e sindacato. È un sistema nel quale intervengono ministeri, Regioni, amministrazioni, dirigenti, insegnanti, personale ATA, famiglie, studenti e organizzazioni sindacali.

Ognuno di loro ha un ruolo e prima o poi bisogna anche chiedersi che cosa abbia fatto di concreto. Non perché tutti abbiano creato i problemi che oggi denunciamo, ma perché tutti, in misura diversa, hanno avuto la possibilità di intervenire su ciò che purtroppo continua a non andare per il giusto verso.

È questa la prospettiva che spesso manca quando si racconta la scuola. Si elencano le carenze, si individuano i responsabili politici del momento, si denuncia l’ennesimo taglio. Poi il ciclo ricomincia l’anno successivo. È come se gli insegnanti facessero ripetere l’anno scolastico agli studenti ogni anno che viene.

Solo che, in questo caso, a ripetere l’anno non sono gli studenti. È un sistema bloccato che non gli consente di stare al passo con i tempi.

Chi dovrebbe cambiare le cose, quando anche chi denuncia finisce dentro il problema?

Il sindacato, operando per anni dentro un sistema caratterizzato da precariato, concorsi, graduatorie, supplenze, mobilità, ricorsi e continue modifiche normative, ha finito per adeguarsi alle dinamiche di quel sistema. Non è difficile capirne la logica. Più un sistema è complicato, più sono numerose le persone che hanno bisogno di qualcuno che le aiuti. E così i sindacalisti finiscono per occuparsi sempre più di graduatorie, ricorsi, procedure, contratti e assistenza individuale.

Questa è diventata la normalità. Assistere un lavoratore che subisce un problema è una cosa, eliminare le condizioni che rendono necessario quell’intervento è un’altra. Nel primo caso si risponde a un bisogno; nel secondo si fa in modo che quel bisogno non si ripresenti.

E se dopo decenni il bisogno è ancora lì, sempre uguale o addirittura più grande, viene spontaneo chiedersi se le denunce fine a se stesse, come quella della D’Agostino, non finiscano anch’esse per essere assorbite da quel sistema, diventandone a loro volta una componente che lo alimenta.

Non è una distinzione da poco. Un servizio può essere utile, necessario e persino indispensabile per chi ne ha bisogno. Ma se quel servizio diventa permanente perché il problema che lo rende necessario non viene mai superato, allora il problema diventa proprio il sindacato.

Non stiamo parlando più soltanto dei problemi della scuola

Infatti il punto non è stabilire se la denuncia della FLC CGIL sia corretta, sostanzialmente lo è. La questione dirimente è un’altra: che cosa è successo a tutte le strategie del sindacato messe in campo negli anni per cambiarle? A cosa sono serviti gli scioperi e le proteste?

Sappiamo che la politica deve rispondere delle proprie scelte e delle proprie promesse. Ma sappiamo anche che quando non lo fa il sindacato deve non solo ricordarglielo, ma ottenere delle risposte. Un sindacato degno di questo nome deve saper promuovere vertenze collettive che abbiano uno sbocco concreto, non diventare un ente di consulenza individuale.

Quando una vertenza come quella della scuola dura vent’anni, è ancora una vertenza?

Ai sindacalisti come la segretaria della CGIL sarda chiediamo allora una cosa molto semplice: quest’anno provate a risolverne qualcuno, di questi problemi. Perché se il prossimo anno ci ritroveremo ancora una volta davanti alla stessa lista, accompagnata dalle stesse denunce, allora, a nostro avviso, cara signora, farebbe bene ad occuparsi di altro.

Autore: CGL
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