Home » L’opinione » REQUIEM PER IL SINDACATO DI CLASSE
L’opinione
15 min lettura

REQUIEM PER IL SINDACATO DI CLASSE

Anatomia di un tradimento. Con Landini, Durante e Camusso si consuma la rottura definitiva tra CGIL e lavoratori. Ecco spiegato come la paura di perdere il potere ha sfigurato il volto nobile di una funzione storica.
Foto in bianco e nero che ritrae numerosi operai al lavoro su macchinari industriali in una grande fabbrica illuminata da finestroni.

La storia del movimento operaio italiano non si è interrotta per decreto divino o per capriccio del destino. Si è spenta per consunzione interna, vittima di una mutazione genetica irreversibile. Quella che per decenni è stata la “più grande organizzazione dei lavoratori”, barriera storica contro le derive del capitale e argine democratico, ha compiuto una svolta suicida.

Ha deciso di trasformarsi da soggetto di contenimento del sistema a ente parastatale. Strumento finalizzato a canalizzare il controllo della vecchia classe lavoratrice nel flusso carsico da cui il sistema stesso si alimenta.

Non siamo di fronte a una semplice crisi di rappresentanza, ma a un cambio di natura. Il sindacato “contro” è diventato il sindacato “dentro”. In questo processo di decadenza storica, tre figure si stagliano come gli architetti più o meno consapevoli del disastro: Susanna Camusso, Maurizio Landini e Fausto Durante.

Non semplici dirigenti, ma il simbolo delle tre facce di un prisma che ha rifratto e disperso la luce del sol dell’avvenire. Attraverso la loro gestione, fatta di scontri feroci, epurazioni e infine di una spartizione cinica del potere, si legge la resa definitiva. Il sindacato italiano è ormai assorbito completamente da quel sistema che giurava, retoricamente, di voler abbattere.

La genesi del tradimento e la consapevolezza della fine

Per comprendere appieno la portata di questa mutazione, è necessario sgombrare il campo da un equivoco moralistico. La resa della CGIL, ovvero la “vittoria” della corrente di destra (l’asse Durante-Camusso), non deriva da un classico tradimento politico. Non va intesa come un banale cambio di casacca per interesse personale.

Il tradimento che pure c’è stato, e che di personale non ha poco, è di natura ben più profonda e strutturale. È figlio della totale incapacità del sindacalismo italiano di controllare i processi devastanti che hanno stravolto il mondo del lavoro. Parliamo di globalizzazione, frammentazione produttiva, precariato endemico, tecnologia, e immigrazione strumentale.

Nel caso della CGIL, e del suo gruppo dirigente degli ultimi vent’anni, il tradimento è la conseguenza di una micidiale ma reale consapevolezza. Il vertice ha compreso, con largo anticipo e lucido cinismo, che il sindacato novecentesco era arrivato a fine corsa. Di fronte a questo abisso, si aprivano due strade. Riconoscere la crisi e tentare l’impresa di elaborare un nuovo orizzonte culturale per rimanere fedeli alla funzione storica di difesa dei deboli. Oppure arrendersi.

Qui è scattato l’istinto primordiale dell’Apparato. Come soggetto prevaricante presente in tutte le organizzazioni umane, l’apparato ha un fine ultimo. Non il perseguimento degli scopi dell’associazione, e della sua missione statutaria, ma la propria autoconservazione.

Posto di fronte alla possibilità concreta di sparire o diventare irrilevante, l’Apparato ha scelto scientificamente di abdicare. Ha scelto di arrendersi al Sistema, facendosi assorbire da esso. Lo ha fatto per garantire la sopravvivenza biologica della struttura, degli stipendi e delle carriere. Non è stato un errore, è stata una scelta: sacrificare l’anima per mantenersi il più possibile in vita, pur dentro un corpo in avanzato stato di decomposizione.

L’eredità della normalizzazione: la svolta di Susanna Camusso

Su questa base di “resa preventiva” si innesta l’operato di Susanna Camusso. Il seme della discordia viene piantato ben prima dell’avvento del “populismo sindacale” di Landini. È con la segreteria di Epifani, e successivamente con il regno delle ombre della Camusso, che la CGIL formalizza l’abdicazione.

Susanna Camusso rappresenta il “Centro Regolatore” della normalizzazione. La sua strategia è stata chiara fin dall’inizio: trasformare il sindacato in un soggetto istituzionale “responsabile”. Per farlo, ha utilizzato Fausto Durante come “testa di ponte” all’interno della FIOM, la categoria più turbolenta. L’obiettivo preciso era arginare l’autonomia eversiva dei metalmeccanici.

Sotto la guida Camusso, la CGIL sceglie il suo nuovo destino: non più avanguardia di lotta, ma soggetto che ripiega concentrandosi sulla erogazione di servizi burocratici. Il baricentro dell’organizzazione si sposta.

Dalla contrattazione collettiva, già drammaticamente destrutturata, ci si confina nell’ambito della fornitura di assistenza fiscale (CAF) e previdenziale (Patronati).

Il sindacato diventa un’azienda di servizi, finanziata dai lavoratori impoveriti, trasformati in clienti, e dai fondi pubblici. Per reggere questo modello serve più pace sociale e meno scioperi veri. Per questo Camusso isola le componenti più combattive e prepara un compromesso al ribasso che segnerà il decennio successivo.

Il grande bluff: Maurizio Landini e la retorica della felpa

In questo scenario di appiattimento grigio, l’ascesa di Maurizio Landini è apparsa a molti come un lampo nella notte. Ma l’analisi storica rigorosa, supportata dai fatti del 2010–2015, svela la natura strumentale di quella stagione.

Landini costruisce la sua carriera politica su un equivoco colossale. Da segretario della FIOM, incarna l’ala movimentista (“La CGIL che vogliamo”). È il fautore del conflitto duro contro la Fiat di Marchionne. Il momento apicale di questa narrazione è la minaccia costante di scissione.

Nel 2014–2015, con il lancio della “Coalizione Sociale”, Landini sembra sfidare apertamente il PD di Renzi e la stessa CGIL. Prospetta la nascita di un soggetto politico autonomo (“Il partito della Fiom”). Tuttavia, i fatti odierni dimostrano che quella radicalità non era una strategia, ma un ricatto interno.

Landini ha utilizzato la rabbia dei metalmeccanici come clava per scalare il potere romano. Una volta ottenuto ciò che voleva — la Segreteria Generale della CGIL nel 2019 — il “Landini furioso” è svanito. O per meglio dire, si è inabissato tatticamente.

Quella maschera di intransigenza è stata riposta con cura nel cassetto durante i governi “amici” e tecnocratici (Conte, Draghi). È stata rispolverata solo più tardi, con il governo Meloni. Ma nel mezzo c’è il vuoto.

Il suo mandato segna il punto più basso nella storia dell’organizzazione. Non l’assenza di scioperi, ma la loro inflazione. Lotta fine a se stessa, usata come segnale politico e mediatico, incapace di produrre risultati ed anzi contro producente.

La guerra civile nella FIOM (2010–2012): i numeri del conflitto

Per comprendere la gravità del “tradimento” odierno, bisogna riavvolgere il nastro alla guerra civile interna che ha dilaniato la FIOM all’inizio del decennio scorso. Lo scontro tra Landini e Durante non era antipatia personale, ma una frattura tettonica tra due visioni inconciliabili.

Aprile 2010, Il Congresso della Spaccatura. Al XXV Congresso FIOM, la divisione è plastica. Il documento di Landini ottiene il 77% dei consensi. Quello di Durante, legato all’area riformista di Camusso (“Lavoro e Società”), si ferma al 22%. È una vittoria schiacciante per la linea del conflitto.

Giugno 2010, Le Dimissioni. Durante si dimette dalla Segreteria Nazionale FIOM con un’accusa pesantissima: “La Fiom vuole separarsi”. Accusa Landini di voler staccare i metalmeccanici dalla “casa madre” CGIL. Landini, riferendosi alla sua uscita tattica, replica gelido: “Penso che abbia fatto un errore”.

Gennaio 2011, Mirafiori. È il punto di non ritorno. Di fronte al ricatto di Marchionne, Landini sceglie l’intransigenza: «Io non firmo». Una posizione che resta nella tradizione del conflitto. Lo spartiacque vero lo segna Durante. Pur fuori dalla FIOM, continua a martellare il nemico.

È lui a teorizzare la “firma tecnica”. Una formula apparentemente astratta, quasi incomprensibile. Eppure, dietro questo linguaggio criptico, si nasconde una precisa dottrina politica. Bisogna firmare comunque. Anche turandosi il naso. Pur di restare in fabbrica e non perdere le RSU.

La subalternità non come resa temporanea, ma come strategia strutturale di sopravvivenza. In quella scelta si intravede chiaramente il ruolo che ha giocato in essa la paura dell’irrilevanza. Ed è lì che il sindacato, attraverso la linea Camusso – Durante cambia la sua natura.

Smette di porsi come soggetto capace di mettere in discussione il sistema e inizia ad accettarlo come orizzonte invalicabile. Fausto Durante lo esplicita senza reticenze, senza alcun pudore storico. Non si può certo accusarlo di non essere stato pienamente consapevole di cosa andava co-determinando.

È impossibile non attribuire alla sua convinta presa di posizione la seguente chiave di lettura. «Bisogna accettare il sistema, non mettercelo contro. Se lo facciamo, siamo fuori».

All’epoca, Landini vinse la battaglia mediatica, costringendo Fausto Durante all’esilio dorato nell’Area Europa della CGIL. Sembrava la vittoria dell’eroe operaio contro il burocrate di apparato. Era solo un’illusione ottica.

La pacificazione e la spartizione (2019–2022): Il Re nudo e l’oligarchia

Il tempo è galantuomo, ma spietato con gli incoerenti. Un decennio dopo quello scontro, i ruoli si sono ribaltati. L’ascesa di Landini a Segretario Generale (2019) non avviene contro l’apparato della Camusso, ma grazie a esso. È il compromesso storico. Landini ottiene il titolo. L’apparato mantiene il controllo della macchina.

La prova regina del tradimento politico landininiano ha una data precisa: Gennaio 2022. In un atto che ha del surreale per chi ricorda le barricate di Mirafiori, Maurizio Landini scrive la prefazione al libro del suo ex nemico Fausto Durante. Il titolo è “Lavorare meno, vivere meglio”. Non è un gesto di cortesia. È la firma della resa.

Ma c’è un dettaglio ancor più inquietante che svela la reale architettura del potere in Corso d’Italia. Per quanto possa sembrare inconcepibile a un osservatore esterno, oggi è Fausto Durante, unitamente alla “Banda” oligarchica a cui fa riferimento, a detenere le vere chiavi del comando.

Ben più del Segretario Generale. Landini, stretto dai vincoli del patto, non controlla la macchina organizzativa ma ne viene inglobato. Il suo è un potere di facciata: l’apparato decide, il leader rappresenta.

Uno scarto che spiega solo in parte l’inefficacia politica e sindacale del suo mandato. Di certo è controllato a vista, circondato da consiglieri, funzionari e “intellettuali” d’area che governano l’apparato. Un potere pervasivo, a cui non importa la linea politica del suo “Capo”, ormai considerata marginale. Contano solo le decisioni e gli assetti interni che garantiscono il potere effettivo dentro e fuori l’organizzazione.

Apparato che controlla tutti gli ingranaggi vitali della macchina, a partire da quello finanziario, vero cuore pulsante dell’organizzazione. È qui che consolida il proprio ruolo di gestione del potere.

“La CGIL NON HA PER SUA SCELTA UN BILANCIO CONSOLIDATO”
Le sue migliaia di strutture sparse nel territorio non pubblicano i bilanci. Rendono impossibile, per gli iscritti, sapere a quanto ammonta il fondo comune dell’organizzazione. Così facendo si viola la legge e il codice civile.

Si possono solo fare delle ipotesi. Non sarebbe sbagliato ipotizzare che il flusso di denaro superi il miliardo di euro. Ciò nonostante non è sufficiente a mantenere in piedi uno degli apparati “politici” più grandi al mondo.

Ed allora ecco spiegate alcune ignobili scelte. I fondi pensione e gli enti negoziali sono l’esempio evidente di come gli interessi dei lavoratori vengano piegati per sostenere l’insostenibile. Ci sono strutture anomale in continua espansione.

I sindacalisti siedono nei Consigli di amministrazione e muovono miliardi di risorse dei lavoratori. Si consuma così il paradosso dei paradossi. Invece di difendere il sistema previdenziale pubblico, il sindacato punta a de-strutturarlo, per rendere praticamente obbligatoria l’adesione ai fondi.

Favorisce la previdenza privata. Il grimaldello è il dirottamento sistematico del Trattamento di Fine Rapporto. Risorse che dovrebbero restare per una futura “Buona uscita” vengono assorbite. Canalizzate nella finanza speculativa gestita dagli apparati sindacali. Si alimentano così incarichi, posizioni e potere.

Non basta. Per blindare il controllo, l’apparato deve sterilizzare ogni dissenso nel ventre del suo dominio. Lo fa attraverso l’uso politico della giustizia interna. Gli organi di garanzia non sono terzi. Sono scudi dell’oligarchia.

Ogni voce critica viene filtrata, isolata e neutralizzata con burocrazia punitiva. Chi mette in discussione il potere viene espulso. Non sono illazioni. È una verità giudiziaria. Landini è stato sconfitto in tribunale con sentenze passate in giudicato.

I giudici hanno attestato l’illegittimità delle espulsioni. La causa è precisa: non sono stati rispettati lo statuto e il regolamento. È stato impedito agli iscritti di esercitare il diritto di difesa.

Cambiare l’organizzazione dall’interno è ormai impossibile. È un’illusione ottica. Chi comanda ignora le regole. Lo statuto è carta straccia. È una nebbia formale che copre un regime falsamente democratico.

Landini resta in prima linea. Alza la voce nei comizi. Ma il comando reale è altrove. Ridotto a simulacro, dipende dai “dottori” che disprezzava. Senza di loro, nel palazzo, è perduto.

La linea d’ombra: tra essere partigiani e la paura del nulla

Giunti a questo snodo dell’analisi, è imperativo tracciare una demarcazione definitiva. Non siamo più nel campo delle opinioni, ma in quello delle categorie politiche ontologiche. Qui il giudizio storico cede il passo a una distinzione essenziale. Essa separa, senza possibilità di ricomposizione, la figura di Fausto Durante dalla visione che anima questo scritto. Accostare queste due prospettive non serve a cercare una sintesi impossibile, ma a misurare l’abisso che le divide. La logica che segue dimostra perché queste due visioni non siano semplicemente diverse, ma incompatibili.

1. L’Imputato (La logica della sopravvivenza)

La parabola di Fausto Durante non è l’esito di un difetto intellettivo, né di un tradimento repentino e inspiegabile. Al contrario, essa risponde a una ferrea logica interna: è il risultato consequenziale di una scelta precisa, reiterata nel tempo. La scelta di preservare la funzione a scapito della rappresentanza.

Il fallimento del passaggio dall’Io al Noi. Il peccato originale politico di Durante risiede nell’incapacità di compiere il salto etico fondamentale per un sindacalista. Per chiunque voglia occuparsi della cosa pubblica e del benessere altrui. Il passaggio dall’“io” individuale al “noi” collettivo.

Chi rappresenta il lavoro deve accettare costitutivamente il rischio: il rischio del conflitto, della rottura e, in ultima istanza, della sconfitta. Durante, di fronte all’incertezza, alla paura di perdere d’importanza personale, ha sostituito il rischio politico con la sicurezza burocratica. La sua “doppiezza mestierante” profusa in quantità industriale, nella gestione delle vertenze anche in Sardegna, ne costituisce la prova inconfutabile.

La paura come meccanismo politico. Non parliamo di semplice disonestà materiale. Si tratta di una paura strutturale. È l’orrore del vuoto (horror vacui), lo stesso che ha generato il non senso della “Firma tecnica” nel suo duello rusticano con Landini.

Quella sua uscita apparentemente incomprensibile, svela il panico che si prova immaginandosi fuori dal perimetro del potere riconosciuto. È il terrore di divenire irrilevanti. Per sfuggire a questo, Durante ha interiorizzato la logica della controparte. Per restare “dentro” le stanze che contano, doveva smettere di essere un corpo estraneo. Doveva cessare di essere autenticamente conflittuale.

L’accomodamento preventivo (vs. Mediazione). Da qui nasce la sua prassi dell’accomodamento, spesso mascherata da “responsabilità” o “firma tecnica”.

È fondamentale distinguere logica e semantica per smascherare l’inganno:

  • La Mediazione è un atto di forza: si apre un conflitto, si misurano i rapporti di forza. Si chiude un accordo che avanza, anche di poco, la linea del fronte.
  • L’Accomodamento, la cifra di Durante, è un atto di debolezza: è l’adattamento preventivo all’orizzonte deciso dal sistema. 

Non si contratta più per ottenere risultati per la parte rappresentata, ma per legittimare la propria presenza al tavolo. La contrattazione non nasce dal conflitto, ma passando per la cosiddetta “concertazione”, lo neutralizza prima che esso possa manifestarsi nella forma più indigesta alla contro parte politica. In questa dinamica, l’ideale non viene perseguito; viene amministrato fino alla sua estinzione.

2. L’accusa (La visione Gramsciana)

Contro tale deriva amministrativa, la visione che guida questa accusa si radica nella rigorosa lezione di Antonio Gramsci. Qui la distanza non è tattica, o semplicemente morale, è siderale.

L’imperativo della parte. Gramsci ci insegna che “vivere vuol dire essere partigiani”. Questa non è retorica, è un criterio di giudizio. Essere partigiani significa registrare che la società moderna è divisa da interessi inconciliabili.

Il compito del sindacato non è armonizzarli, questo spetterebbe ai partiti politici, ma fare avanzare l’interesse del lavoro, confrontandosi con le parti naturali. Sempre nell’ambito dei rapporti di forza, non con i giochini di palazzo imbellettati con il trucco del palcoscenico mediatico.

L’indifferenza, che Gramsci definiva “il peso morto della storia”, in Durante assume la forma sofisticata della “neutralità tecnica”. Ma in politica, chi si dichiara neutrale o “responsabile” di fronte alle disuguaglianze, si è già schierato con il più forte.

Il conflitto come identità.

L’identità di un’organizzazione sindacale si fonda sulla sua capacità di dire “no” ogni volta che le contro parti travalicano i confini dei sui valori fondamentali.

  • Essere partigiani significa assumersi il rischio della sconfitta pur di mantenere intatta l’identità e la prospettiva potenziale della parte rappresentata.
  • L’azione di Durante (e per estensione quella della CGIL odierna) è l’esatto opposto. Si cerca la sopravvivenza dell’apparato sacrificando l’identità della base ai suoi scopi.

L’uso strumentale della cultura. La colpa diventa ancora più grave quando si considera l’uso dell’intellettualità. L’ostentazione del profilo colto, “di sinistra”, in Durante non serve a fornire strumenti di emancipazione. Serve a costruire un alibi.

Un linguaggio alto viene utilizzato per giustificare pratiche basse. Il riferimento culturale diventa una cortina fumogena: il pensiero non guida l’azione, ma copre a posteriori la rinuncia alla lotta per l’emancipazione della classe dominata, ieri dal capitalismo, oggi dal globalismo finanziario.

Fausto Durante incarna il dramma dell’uomo sapiente ma involuto. L’intelletto non è la semplice capacità di organizzare la conoscenza per produrre pensiero razionale. È la capacità di acquisire consapevolezza attraverso l’attrito che genera il movimento. Ciò implica la necessità di macerarsi l’anima anche mettendo in conto la sofferenza derivante da una possibile sconfitta. Non si è intellettuali scrivendo libri. Non interpretando la condizione dal d fuori, lo si è vivendola in prima persona.

Lo si diventa solo se si è in grado di “sentire”. Di passare dall’anticamera della conoscenza alla camera della coscienza. Altrimenti è impossibile creare qualcosa di nuovo. Qui l’uomo involuto genera il sindacalista pauroso e parolaio.

Chi teme di perdere una battaglia e si rifugia nella tattica per evitarla ha già perso la guerra. La vita non si affronta evitando il ring. Non la si attraversa schivando i pugni delle avversità per paura di essere colpiti dal nuovo che avanza.

Accettare il nuovo in modo passivo significa inventarsi il non senso della cosiddetta “firma tecnica”. Una locuzione mai esistita né sul piano giuridico né, tantomeno, su quello logico. In quel momento la funzione smette di servire uno scopo collettivo e comincia a servire sé stessa.

Non v’è nulla di nuovo in Fausto Durante. Egli è un uomo come tanti. Ma a differenza dei tanti, si illude di non esserlo.

L’Incompatibilità

La logica ci porta a una conclusione inappellabile. Durante non è un’anomalia, ma il prodotto coerente di una crisi sistemica. È il momento in cui il sindacato ha smesso di essere mezzo per il riscatto del “noi” ed è diventato fine per la conservazione dell’apparato.

L’alternativa, l’unica possibile per chi si rifà a Gramsci, è radicale: bisogna essere contro. Bisogna avere il coraggio di attraversare la paura del vuoto che terrorizza Durante. Bisogna rischiare di perdere posizioni e privilegi, ma salvare l’unica cosa che conta davvero:

La riconoscibilità politica di chi si rappresenta. Senza un “noi” conflittuale verso il sistema che sfrutta la produttività delle aziende sane e dei lavoratori, non esiste mediazione, esiste solo subalternità. Non esiste sindacato, esiste solo burocrazia.

L’uso politico dello sciopero: l’arma spuntata e venduta

La vera cifra del fallimento di Landini, e la più subdola eredità della gestione Camusso-Durante, si rivela nell’uso odierno del conflitto. La piazza e lo sciopero sono stati distrutti come strumenti sindacali per essere riciclati come strumenti meramente politici.

Il Silenzio Complice su Draghi. Nei governi Conte e, soprattutto, durante l’esecutivo Draghi, la CGIL di Landini si è distinta per un silenzio assordante. Quei governi, incarnazione perfetta dell’establishment euro-atlantico, oggi in progressivo disfacimento, ma tanto caro all’ala riformista di Durante e Camusso, non sono mai stati realmente contestati. Landini ha taciuto. Si è piegato alla “responsabilità” richiesta dai mercati finanziari e dai suoi consiglieri occulti.

Il Disastro del Ritorno Opportunistico. Tutto cambia scenograficamente con l’arrivo di Giorgia Meloni. Trovatosi di fronte a un governo “nemico”, Landini rispolvera la vecchia maschera del ribelle. Ma questo ritorno opportunistico ha prodotto danni ancora peggiori del silenzio precedente.

Ha svelato la totale impotenza dell’organizzazione. Landini, a digiuno di risultati, ha provato a distrarre le masse con l’arma spuntata dei referendum. Ha evocato irresponsabilmente la “rivolta sociale”.

La minaccia è abortita prima di nascere per un motivo semplice e tragico: manca l’esercito. I lavoratori non lo seguono più. Hanno disertato la chiamata alle armi di un generale che non ha mai combattuto quando serviva. La prova definitiva della disfatta si consuma sui rinnovi contrattuali.

La CGIL non riesce più a chiudere accordi degni. Ci troviamo di fronte a contratti non firmati da mesi, o bloccati su proposte di salari da fame. Abbiamo i sindacalisti più pagati e i lavoratori più poveri d’Europa. È la certificazione inappellabile dell’inutilità della CGIL come agente negoziale. Il sindacato urla contro il governo per posizionamento politico. Ma non porta il pane a casa. Certifica la sua irrilevanza storica e la fine della sua funzione di tutela.

L’ultimo passo verso il baratro: l’opacità di Serena Sorrentino e la cancellazione della memoria

L’attuale assetto vede dunque un Landini politicamente finito, vittima della sua stessa incoerenza. Vede un Fausto Durante che osserva incantato l’ombelico della sua cultura, dalle sue posizioni di potere consolidato in Sardegna. Ma il quadro futuro è destinato a peggiorare drammaticamente. All’orizzonte si profila il consolidamento definitivo della visione “di destra” della CGIL, incarnata da figure come Serena Sorrentino.

Parliamo di un funzionario voluto cooptato e cresciuto interamente nell’apparato. Una donna figlia della burocrazia pura che ha davvero poco da offrire sul piano della strategia politica. Un funzionario assai mediocre, che secondo le stesse regole statutarie dell’organizzazione, dovrebbe essere immediatamente sanzionata o quanto meno biasimata.

Infatti la Sorrentino ha letteralmente nascosto la recente storia economica della struttura che ha guidato per anni. Ha smesso la pubblicazione dei bilanci in spregio alla trasparenza dovuta agli iscritti. Eppure, questa figlia dell’apparato opaco, è in procinto di “risplendere” sullo scranno più alto.

È ancora lei la candita più quotata per succedere a Maurizio Landini?

Non lo sappiamo. Al momento è stata innalzata a un ruolo dal valore simbolico devastante. Nominata responsabile della commissione che ha un compito preciso: rivedere il programma fondamentale della CGIL scritto da Bruno Trentin.

È l’atto finale della rimozione storica. Non ci si limita a tradire i valori e gli ideali, no, non basta. Si procede alla cancellazione della memoria. Sostituire l’eredità intellettuale di Trentin con quella dei Durante, e il pragmatismo burocratico della Sorrentino significa recidere l’ultimo filo. Il filo che legava il sindacato alla sua storia gloriosa. Per consegnarlo definitivamente al nulla.

Il requiem del vero conflitto

Possiamo affermare senza timore di smentita che la gestione Landini-Durante-Camusso si è risolta nel peggiore dei modi. Non ha vinto la sintesi. Ha vinto la conservazione. Camusso ha dettato la linea per preservare l’apparato e il sistema politico che l’ha premiata. Durante e quelli come lui hanno fornito la copertura intellettuale alla resa. Landini ha prestato la faccia per coprire il vuoto, in cambio di un potere più formale che sostanziale.

Si è rivelato il sindacalista più controverso e fallimentare della storia repubblicana.

La CGIL, come agente di trasformazione sociale, è morta. Al suo posto resta un ufficio burocratico. I suoi funzionari svendono l’identità della classe lavoratrice in cambio di un posto al banchetto di un potere fatuo. È la fine ingloriosa di un’organizzazione prigioniera delle logiche del proprio apparato. Un apparato che forse resisterà ancora, ma non sopravviverà all’implacabile giudizio della Storia.

Autore: Antonio Rudas