È il momento di valutare, dati alla mano, il bilancio della CGIL Sardegna guidata da Fausto Durante. Sanità, trasporti, salari, occupazione e spopolamento raccontano una Sardegna che, negli ultimi anni, ha visto aggravarsi molte delle proprie criticità. La recente vicenda della Chimica Verde di Sassari, trasformata in una vistosa operazione mediatica, rappresenta l’ultimo episodio di un azione sindacale sempre più incomprensibile e fatua.
Quando Fausto Durante assunse la guida della CGIL Sardegna, si aprì una stagione accompagnata da grandi aspettative. Si parlò di rilancio dell’azione sindacale, di autonomia, di diritti e di una rinnovata capacità di rappresentare gli interessi dei lavoratori sardi. Oggi, concluso quel ciclo, è arrivato il momento di sostituire gli slogan con i risultati. Dopo anni di quella gestione, i lavoratori della Sardegna vivono davvero in condizioni migliori?
La risposta non si trova negli slogan, ma nei risultati. Le liste d’attesa della sanità continuano ad allungarsi. I collegamenti con il resto d’Italia restano tra i più costosi d’Europa. I salari hanno perso potere d’acquisto. Migliaia di giovani continuano ad abbandonare la Sardegna. È questo il contesto nel quale va giudicata la segreteria di Fausto Durante. Sanità, salari, trasporti, fondi pubblici, democrazia interna e grandi vertenze industriali costituiscono il banco di prova sul quale misurare la coerenza tra ciò che la CGIL Sardegna ha promesso e ciò che, realmente, ha consegnato ai lavoratori dell’Isola.
La sanità sarda: il doppio gioco sulla pelle dei malati
La sanità è il banco di prova più severo dell’era Durante. Da anni la CGIL Sardegna organizza manifestazioni e iniziative in difesa del Servizio sanitario nazionale. Il suo segretario generale denuncia con continuità il progressivo indebolimento della sanità pubblica e richiama le istituzioni alle proprie responsabilità.
Contemporaneamente, la CGIL continua a sottoscrivere contratti collettivi nazionali che destinano ingenti risorse ai fondi sanitari integrativi. Attraverso i propri rappresentanti siede negli organismi che amministrano questi fondi miliardari, percepisce gettoni di presenza ed esercita un’influenza diretta nella loro governance. Il risultato è il progressivo trasferimento di prestazioni e risorse verso il sistema sanitario integrativo, mentre il Servizio sanitario nazionale continua a perdere capacità di risposta e la sanità privata consolida progressivamente il proprio ruolo.
Le conseguenze sono ormai evidenti anche in Sardegna. Le liste d’attesa si allungano. I servizi territoriali vengono progressivamente ridimensionati. Sempre più cittadini sono costretti a pagare visite, esami e cure di tasca propria. Il diritto costituzionale alla salute finisce così per dipendere, sempre più spesso, dalla disponibilità economica delle famiglie.
È qui che la narrazione del sindacato viene messa alla prova dai fatti. Mentre nelle piazze proclama la difesa del Servizio sanitario nazionale, ai tavoli contrattuali continua a sottoscrivere accordi che rafforzano il sistema della sanità privata integrativa. Difendere davvero la sanità pubblica significa impedirne lo svuotamento. Contribuire, attraverso le proprie scelte contrattuali, al rafforzamento della sanità privata conduce invece nella direzione opposta.
Salari da fame e l’inganno del salario minimo
Sul fronte delle retribuzioni, la Sardegna continua a registrare una costante perdita del potere d’acquisto dei lavoratori. L’inflazione ha eroso i salari reali e migliaia di famiglie operaie faticano sempre più ad arrivare alla fine del mese.
In questo contesto è stata approvata la legge regionale sul salario minimo di 9 euro. La CGIL Sardegna ne ha rivendicato l’approvazione come un importante successo politico e sindacale. I fatti hanno però raccontato una storia diversa. L’invarianza finanziaria prevista dalla legge e l’assenza di risorse aggiuntive ne hanno limitato l’efficacia, trasformandola in un provvedimento essenzialmente propagandistico, privo di effetti concreti sulla condizione economica dei lavoratori.
Nel frattempo, la stessa CGIL continua a sottoscrivere rinnovi contrattuali che distribuiscono gli aumenti retributivi nell’arco di più anni. In presenza di un’inflazione elevata, questi incrementi vengono rapidamente assorbiti dall’aumento del costo della vita, con il risultato che il potere d’acquisto continua a ridursi.
Anche su questo terreno, il racconto del sindacato si confronta con la realtà. Mentre migliaia di lavoratori vedono diminuire il valore reale delle proprie retribuzioni, i dirigenti sindacali percepiscono compensi nettamente superiori. La distanza economica tra chi rappresenta e chi viene rappresentato continua ad ampliarsi, rendendo sempre più difficile comprendere fino in fondo le difficoltà quotidiane delle famiglie operaie.
L’autonomia tradita: dal centralismo a Eurallumina, fino ai trasporti negati
L’autonomia della Sardegna è uno dei temi più ricorrenti nei discorsi di Fausto Durante. Nei fatti, però, la sua segreteria ha costantemente seguito la linea della CGIL nazionale guidata da Maurizio Landini. Una scelta che, nelle principali vertenze dell’Isola, ha finito per subordinare gli interessi della Sardegna a decisioni assunte altrove.
Il caso degli aeroporti è emblematico. La CGIL ha denunciato pubblicamente la concentrazione degli scali sardi nelle mani del fondo F2i, ma lo ha fatto quando il processo era ormai in una fase avanzata. Come abbiamo documentato in una specifica inchiesta, le iniziative assunte dal sindacato non hanno impedito quell’operazione e, nei fatti, ne hanno accompagnato il compimento.
La vicenda assume un rilievo ancora maggiore se si osserva il ruolo svolto dalla stessa organizzazione nella gestione dei fondi pensione negoziali. La CGIL partecipa infatti alla governance di fondi come Cometa, che investono il TFR dei lavoratori. Una parte di quelle risorse viene destinata anche a fondi infrastrutturali come F2i. Si determina così una situazione nella quale il sindacato denuncia pubblicamente un’operazione finanziaria alla quale partecipa indirettamente attraverso il sistema degli investimenti previdenziali. È un assetto che pone evidenti interrogativi sul piano dell’autonomia e dell’indipendenza dell’azione sindacale.
L’assenza di una visione strategica emerge anche nella vertenza Eurallumina. Invece di indicare un percorso concreto per il rilancio del polo industriale del Sulcis, Durante ha sostenuto la proposta di sbloccare i beni congelati della società russa Rusal. Una soluzione rimasta priva di risultati concreti e incapace di offrire una prospettiva ai lavoratori coinvolti.
Anche sul piano politico emergono scelte difficili da conciliare. La CGIL si dichiara contraria al riarmo e partecipa a iniziative pacifiste. Allo stesso tempo aderisce a manifestazioni di ispirazione europeista mentre l’Unione europea destina ingenti risorse al rafforzamento della difesa comune. È una linea che lascia irrisolti i problemi dell’industria sarda e alimenta il senso di distanza tra le parole pronunciate nelle piazze e i risultati concretamente ottenuti nelle principali vertenze dell’Isola.
Spopolamento, fondi pubblici e l’arroganza del “Covo di vipere”
Lo spopolamento rappresenta una delle emergenze più gravi della Sardegna. Ogni anno migliaia di giovani lasciano l’Isola in cerca di lavoro e di un futuro migliore. In questo contesto, il ruolo della CGIL avrebbe dovuto essere centrale. Eppure il sindacato ha mantenuto un inspiegabile silenzio anche su vicende emblematiche, come l’accordo tra ASPAL ed Esercito che orienta molti giovani verso la carriera militare.
Nello stesso periodo, la CGIL Sardegna ha continuato a beneficiare dei finanziamenti regionali previsti dalla Legge n. 31 del 1978. Come abbiamo documentato nella nostra inchiesta, una parte di queste risorse è stata destinata al funzionamento dell’apparato sindacale, a iniziative organizzative e ad attività prive di un collegamento con le finalità per le quali quei contributi erano stati istituiti. Tra queste rientra anche l’acquisto e la distribuzione, in occasione del congresso regionale della CGIL Sardegna, di un libro scritto da Fausto Durante, con una spesa inserita nel rendiconto presentato alla Regione e finanziata, almeno in parte, con risorse pubbliche.
Quando l’utilizzo di quei fondi è stato portato all’attenzione dell’opinione pubblica, la risposta non è stata quella della trasparenza. Fausto Durante ha preferito la provocazione. Nel pieno della polemica ha pubblicato sui social la copertina del romanzo Un covo di vipere di Andrea Camilleri, trasformando una questione di interesse pubblico in uno scontro personale.
Lo stesso atteggiamento emerge anche nel rapporto con gli iscritti. Invece di favorire il confronto, Fausto Durante ha spesso risposto alle critiche con toni sprezzanti e atteggiamenti di chiusura. Emblematico è il caso di un semplice iscritto che, dopo aver contestato pubblicamente l’utilizzo di fondi pubblici regionali per acquistare e distribuire, nell’ambito del congresso della CGIL Sardegna, un libro scritto dallo stesso segretario generale, si è visto rifiutare il rinnovo della tessera sindacale.
Una decisione che solleva interrogativi sul modo di intendere il pluralismo e il diritto al dissenso all’interno dell’organizzazione. Un sindacato fonda la propria autorevolezza sulla capacità di confrontarsi anche con le opinioni più scomode, non sull’emarginazione di chi esprime critiche documentate. Il comportamento tenuto in questa vicenda non necessita di ulteriori commenti: sono i fatti a consentire al lettore di trarre le proprie conclusioni.
Democrazia a parole, epurazioni nei fatti: lo scandalo Nurra e l’Articolo 18
Tra gli aspetti più controversi della segreteria di Fausto Durante vi è il rapporto tra i principi rivendicati e i comportamenti concretamente adottati. Nessun tema lo evidenzia meglio di quello dei licenziamenti.
Fausto Durante ha sostenuto con forza i referendum per il ripristino delle tutele dell’Articolo 18, definendo incivile il licenziamento senza reintegrazione. Nello stesso periodo, però, lui e Massimiliano Muretti sono stati deferiti agli organi di garanzia della CGIL per essersi rifiutati di dare esecuzione alla reintegrazione di lavoratori licenziati illegittimamente dalla stessa organizzazione sindacale. Una vicenda che pone inevitabilmente interrogativi sulla credibilità di una battaglia presentata come un principio irrinunciabile.
La stessa impostazione emerge osservando quanto accaduto all’interno della CGIL Sardegna. Invece di ricostruire un clima di legalità e di confronto, Fausto Durante ha promosso nella propria segreteria Francesca Nurra, la dirigente che ebbe un ruolo determinante nell’espulsione illegittima e nel successivo licenziamento di tre storici dirigenti della Confederazione, colpevoli unicamente di avere espresso un dissenso politico. Nonostante sentenze ormai passate in giudicato abbiano accertato l’illegittimità di quei provvedimenti, nessuno dei responsabili è stato chiamato a risponderne. Al contrario, alcuni di essi sono stati premiati con incarichi di maggiore responsabilità.
Il tentativo di soffocare il dissenso ha però prodotto l’effetto opposto. I dirigenti espulsi hanno dato vita a un gruppo indipendente e al sito cglicenziamenti.it, trasformando una vicenda interna in un caso nazionale. Attraverso quella piattaforma sono state raccolte oltre centomila disdette sindacali, dando voce a migliaia di lavoratori che non si riconoscevano più nelle scelte del gruppo dirigente della CGIL.
Una vicenda che dimostra come il dissenso possa essere escluso da un’organizzazione, ma non cancellato. Quando il confronto democratico lascia spazio all’emarginazione delle voci critiche, il conflitto non scompare: trova semplicemente altri luoghi nei quali esprimersi. E, talvolta, assume dimensioni molto più ampie di quelle che si volevano evitare.
La farsa della Chimica Verde: propaganda per nascondere quindici anni di errori
La vicenda della Chimica Verde di Porto Torres rappresenta, più di ogni altra, il bilancio della stagione sindacale guidata da Fausto Durante. A quindici anni dalla firma dell’accordo del 26 maggio 2011, il progetto industriale è rimasto ben lontano dagli obiettivi annunciati e centinaia di lavoratori continuano a pagare il prezzo di una vertenza mai realmente risolta.
Anziché interrogarsi sulle responsabilità di quel fallimento, la CGIL continua a presentare la Chimica Verde come una vertenza ancora aperta. In questi giorni, la struttura territoriale guidata da Massimiliano Muretti, con il sostegno di Fausto Durante, ha diffidato la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni per la mancata convocazione della cabina di regia. Un’iniziativa che concentra l’attenzione sul Governo, ma lascia irrisolta una domanda fondamentale: quale responsabilità si assume il sindacato per le scelte compiute negli ultimi quindici anni?
La ricostruzione dei fatti conduce a una conclusione diversa. Lo stesso Salvatore Corveddu, storico dirigente sindacale, ha riconosciuto pubblicamente che quell’accordo si è rivelato un «trucco». Antonio Rudas, allora segretario della CGIL di Sassari, lo denunciò invece fin dal primo giorno, definendolo una «porcheria» perché privo di clausole di salvaguardia realmente capaci di tutelare i lavoratori. Per quella posizione venne isolato, perseguitato ed espulso dalla stessa organizzazione che oggi ripropone quella vicenda come se le proprie responsabilità non fossero mai esistite.
Resta poi una domanda alla quale la CGIL non ha mai fornito una risposta convincente. Se ritiene che l’accordo del 2011 sia stato disatteso, perché diffida il Governo e non l’ENI, che di quell’accordo era parte contraente? La risposta è racchiusa nello stesso documento. L’intesa venne sottoscritta senza clausole vincolanti, senza penali e senza strumenti giuridici in grado di garantire il rispetto degli impegni assunti. È esattamente il limite che Antonio Rudas denunciava quindici anni fa e che il tempo ha puntualmente confermato.
La Chimica Verde non è soltanto una vertenza industriale irrisolta. È il simbolo di un metodo. Prima si sottoscrivono accordi privi di adeguate garanzie. Poi, quando quei limiti producono i loro effetti, si organizzano conferenze stampa, diffide e iniziative mediatiche che spostano l’attenzione sulle responsabilità altrui. Nel frattempo i dirigenti cambiano incarico, gli apparati restano immutati e il prezzo delle scelte compiute continua a ricadere sui lavoratori.
Per questo la vicenda della Chimica Verde non rappresenta soltanto l’epilogo dell’era Fausto Durante. Ne costituisce la sintesi più efficace. Quindici anni dopo, il progetto industriale è fermo, i lavoratori attendono ancora risposte e il dibattito pubblico continua a concentrarsi sugli effetti, evitando di affrontarne le cause. È in questa distanza tra le promesse del 2011 e la realtà di oggi che si misura il vero bilancio di una stagione sindacale.
L’eredità di Fausto Durante: il bilancio di una stagione sindacale
Dopo aver ricostruito fatti, documenti e vicende concrete, sarebbe un errore ridurre il bilancio dell’era Fausto Durante alla sola figura del suo protagonista. Sarebbe una lettura troppo semplice. Attribuire ogni responsabilità a un solo dirigente significherebbe ignorare il modello organizzativo e la cultura sindacale che hanno caratterizzato questa stagione della CGIL Sardegna.
Fausto Durante non rappresenta un’anomalia nella storia recente della Confederazione. Ne rappresenta una delle espressioni più significative. La sua segreteria si colloca all’interno di un processo che, nel corso degli anni, ha progressivamente modificato il rapporto tra il sindacato e coloro che dovrebbe rappresentare.
Le vicende analizzate in questo articolo – dalla sanità ai fondi pensione, dai finanziamenti pubblici alle grandi vertenze industriali, fino alle espulsioni interne e alla Chimica Verde – non costituiscono episodi isolati. Letti nel loro insieme, delineano un modello organizzativo che merita una riflessione più ampia.
La funzione di un sindacato è una sola: difendere i lavoratori. L’apparato non è il fine dell’organizzazione, ma lo strumento attraverso il quale quella tutela dovrebbe essere esercitata. Quando, però, gli interessi dell’apparato entrano in conflitto con quelli dei lavoratori, un sindacato resta fedele alla propria missione soltanto se sceglie i lavoratori, anche a costo di mettere in discussione sé stesso. Se accade il contrario, il sindacato inverte la propria missione. Non è più l’apparato a servire i lavoratori. Sono i lavoratori a essere sacrificati perché l’apparato possa conservare i propri equilibri, il proprio potere e la propria sopravvivenza.
È questa, probabilmente, la chiave di lettura dell’era Fausto Durante. Le vicende ricostruite in questo articolo sembrano seguire un filo conduttore costante. Ogni volta che la tutela dei lavoratori ha richiesto scelte capaci di mettere in discussione interessi consolidati dell’organizzazione, la priorità è apparsa quella di preservare l’apparato. E quando questa impostazione è stata contestata dall’interno, il dissenso non è stato considerato un elemento fisiologico della vita democratica, ma un problema da isolare o rimuovere. Le espulsioni, le emarginazioni e la progressiva riduzione degli spazi di confronto non appaiono, in questa prospettiva, episodi occasionali, ma le conseguenze coerenti di un preciso modo di intendere il sindacato.
Sarebbe tuttavia sbagliato idealizzare il passato. Anche la CGIL di Giuseppe Di Vittorio, di Luciano Lama e, successivamente, di Bruno Trentin non è mai stata un’organizzazione pienamente democratica. Le rigidità interne sono sempre esistite e il confronto non è sempre stato privo di tensioni. La differenza risiedeva però nell’autorevolezza politica, culturale e morale della sua classe dirigente. Figure come Di Vittorio, Lama e Trentin riuscivano a mantenere il sindacato saldamente ancorato alla propria missione storica. L’apparato esisteva, ma restava uno strumento al servizio dei lavoratori, non un interesse da difendere a prescindere dai lavoratori stessi.
È dopo la stagione di Sergio Cofferati che, a nostro giudizio, questo equilibrio comincia progressivamente a incrinarsi. L’affermazione di una nuova classe dirigente, rappresentata prima da Susanna Camusso e poi da Maurizio Landini, coincide con una fase nella quale il sindacato sembra perdere, poco alla volta, quella forza ideale e quella capacità di rappresentanza che avevano caratterizzato la sua storia. Non si tratta soltanto dell’avvicendamento di alcuni dirigenti, ma dell’affermarsi di una diversa cultura organizzativa, nella quale la conservazione dell’apparato tende progressivamente a prevalere sulla sua funzione originaria. La stagione di Fausto Durante in Sardegna rappresenta, sotto questo profilo, una delle manifestazioni più evidenti di questa evoluzione.
Con il raggiungimento dei limiti statutari di età si è conclusa la sua esperienza alla guida della CGIL Sardegna. Come ogni stagione, anche questa lascia un’eredità che sarà giudicata dalla storia, ma prima ancora dai lavoratori che ne hanno vissuto le conseguenze.
Il compito di questo articolo non era quello di esprimere una sentenza definitiva, ma di ricostruire un bilancio fondato su fatti documentati e verificabili. Saranno i lettori a stabilire se la stagione di Fausto Durante abbia rafforzato o indebolito la missione originaria della CGIL.
Una cosa, tuttavia, appare difficile da contestare. Un sindacato può sopravvivere alla perdita di iscritti, alle sconfitte contrattuali o ai cambiamenti politici. Più difficile è sopravvivere alla perdita della propria identità. Quando la tutela dell’apparato prevale sulla tutela dei lavoratori, il declino non comincia il giorno in cui diminuiscono le tessere. Comincia molto prima: nel momento in cui il sindacato smette di mettere il lavoratore al centro della propria azione. È da quel momento che l’organizzazione continua a esistere, ma rischia di non rappresentare più la ragione stessa per cui era nata.
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