«I passi in avanti fatti quest’oggi sono davvero troppo piccoli rispetto all’urgenza di una partita che – dopo i proclami, gli entusiasmi e l’ottimismo del 2011 – è in stallo da parecchio tempo e sta fiaccando le nostre comunità tanto sul piano materiale che sul piano morale».
Bastano queste poche righe, messe nero su bianco dai sindaci di Porto Torres (Massimo Mulas), Alghero (Raimondo Cacciotto) e Sassari e della Città Metropolitana (Giuseppe Mascia), al termine della cabina di regia convocata ieri al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, per certificare che ancora una volta avevamo visto giusto.
Nel nostro articolo della vigilia (Chimica Verde Porto Torres: farsa Mimit e macerie CGIL) avevamo previsto che il vertice romano, convocato all’indomani della Commemorazione dei defunti, si sarebbe rivelato l’ennesima passerella utile soltanto a riesumare promesse sepolte.
Eppure, il comunicato congiunto diffuso dai tre primi cittadini riesce in un’impresa ancora più ardua: è un capolavoro, speriamo involontario, di contorsionismo politico. Da una parte ammette, con quindici anni di ritardo, il fallimento storico del Protocollo del 2011; dall’altra stende un velo pietoso sulle responsabilità di quegli stessi apparati sindacali e istituzionali che quel disastro lo hanno preparato, firmato e difeso a spada tratta, arrivando persino a far proprie le loro parole d’ordine.
Chi alimentava gli entusiasmi del 2011?
Quando i sindaci lamentano che la vertenza è in stallo «dopo i proclami, gli entusiasmi e l’ottimismo del 2011», viene spontaneo chiedersi dove abbiano vissuto negli ultimi tre lustri. Chi alimentava quell’ottimismo cieco e quell’entusiasmo sconsiderato? Chi raccontava al territorio che i campi di cardo avrebbero trasformato Porto Torres nella capitale europea della Green Economy?
Non furono certo i lavoratori che salivano per protesta sulla Torre Aragonese. Né quella parte del sindacato che, con l’allora segretario della Camera del Lavoro di Sassari Antonio Rudas, insieme a Salvatore Frulio e Giovanni Piras, fin dall’inizio denunciò la natura fallimentare del Protocollo del 26 maggio 2011. Lo definì una «porcheria» e denunciò pubblicamente che si trattava di «Un accordo senza garanzie».
A suonare la grancassa dell’entusiasmo erano proprio le burocrazie sindacali e i dirigenti dei chimici della CGIL. A partire dall’allora segretario territoriale della Filctem, Massimiliano Muretti, oggi alla guida della Camera del Lavoro di Sassari. All’epoca Muretti blindava l’intesa con ENI, attaccando duramente chiunque osasse sollevare dubbi sulla sua tenuta industriale e occupazionale.
Oggi, mentre persino ex dirigenti nazionali di quella categoria, come Salvatore Corveddu, arrivano addirittura ad ammettere che la Chimica Verde fu un «trucco», i sindaci scoprono che i proclami del 2011 hanno fiaccato le comunità. Ma evitano accuratamente di fare i nomi di chi quei proclami li alimentava.
I sindaci rifanno gli errori dei predecessori e offrono un alibi ai sindacati
Nel comunicato dei sindaci pubblicato dall’Unione Sarda c’è un passaggio che rivela tutta la pochezza giuridica, politica e storica dell’intera operazione. Mulas, Mascia e Cacciotto salutano come un passo in avanti l’adesione «all’avvio di un percorso che porti all’Accordo di Programma, da tradursi quanto prima in investimenti di scala industriale nell’ambito della chimica verde e del riciclo, così da non deludere le attese occupazionali e produttive previste dal protocollo siglato nel 2011».
Come se, dopo quindici anni, i lavoratori nel frattempo licenziati e costretti a emigrare non avessero almeno il diritto di sentirsi traditi proprio da quei rappresentanti istituzionali e sindacali che avrebbero dovuto tutelarne il lavoro e il futuro.
Qui la memoria corta diventa un’autocondanna.
I tre primi cittadini dimenticano, o fingono di dimenticare, che a firmare quel disastroso Protocollo d’Intesa per la Chimica Verde a Porto Torres del 26 maggio 2011, a Palazzo Chigi, insieme al Governo, alla Regione di Ugo Cappellacci, a ENI e alle organizzazioni sindacali, furono proprio i sindaci e gli amministratori che li avevano preceduti. Con la sola opposizione della CGIL di Sassari guidata da Rudas.
A firmare quel protocollo furono, tra gli altri, l’allora sindaco di Porto Torres Beniamino Scarpa, predecessore di Massimo Mulas, l’allora sindaco di Sassari Gianfranco Ganau e l’allora presidente della Provincia di Sassari Alessandra Giudici, i cui incarichi istituzionali sono oggi ricoperti da Giuseppe Mascia, e l’allora sindaco di Alghero Marco Tedde, predecessore di Raimondo Cacciotto.
Evidentemente, invocando un nuovo «Accordo di Programma», Mulas, Mascia e Cacciotto ambiscono a emulare le gesta dei loro predecessori. Per i sindacalisti di allora e di oggi sarebbe un risultato perfetto. Potrebbero finalmente sostenere: «Avete visto? Non siamo soltanto noi a credere nella Chimica Verde: ci credono ancora anche i sindaci di oggi!»
Fermiamoci un momento a riflettere su questa prospettiva, tanto ridicola quanto pericolosa.
A quindici anni dalla firma del Protocollo di Palazzo Chigi, invece di pretendere da ENI il rispetto degli impegni assunti nel 2011, anche attraverso la firma di Scarpa, Ganau, Tedde e Giudici, gli attuali sindaci salutano con favore l’avvio di un nuovo percorso burocratico. L’obiettivo? Arrivare alla firma di un altro Accordo di Programma, come se quello precedente non fosse mai esistito.
Ma c’è una domanda elementare alla quale Mulas, Mascia e Cacciotto dovrebbero rispondere: perché non pretendono prima che ENI rispetti gli impegni già sottoscritti con le loro amministrazioni? Per quale ragione si dovrebbe concedere all’azienda l’opportunità di scrivere un nuovo capitolo, senza averle chiesto conto di quello precedente?
La risposta è il segreto di Pulcinella che denunciamo da anni: tanto l’accordo del 19-20 ottobre 2009 tra ENI e sindacati, quanto il Protocollo sulla Chimica Verde del 26 maggio 2011 furono sottoscritti consapevolmente senza prevedere clausole di salvaguardia giuridicamente esigibili. In altre parole, si firmarono impegni senza predisporre strumenti contrattuali adeguati per imporne il rispetto. ENI ottenne le garanzie che le interessavano; i lavoratori e il territorio rimasero affidati alle promesse.
Fu la perfetta applicazione della cosiddetta politica dei due tempi: certezza immediata per ENI di chiudere gli impianti della chimica di base e ridurre gli organici; promesse vaghe e prive di vincoli adeguati per la Sardegna.
A queste si aggiungono le periodiche indignazioni della CGIL territoriale, compresa la diffida a Giorgia Meloni: tanto rumore per dimostrare di combattere, senza disturbare troppo chi dovrebbe davvero mantenere gli impegni.
Il gioco dei tavoli separati: un altro favore a ENI
È però nel terzo passaggio del comunicato che emerge l’aspetto politicamente più sconcertante. I sindaci chiedono infatti, «come evidenziato dalle sigle sindacali, di non affidare a uno stesso tavolo la vertenza legata alla chimica verde con le altre, importantissime partite», tra cui le energie rinnovabili, le aree retroportuali, il pontile e le attività connesse.
Perché le organizzazioni sindacali chiedono con tanta insistenza di tenere separate queste questioni? E perché i sindaci fanno propria questa richiesta?
La risposta va cercata negli interessi industriali e strategici di ENI sul territorio e nella sua evidente capacità di imporsi di fronte alla debolezza politica delle comunità locali, che ieri, ancora una volta, sono apparse al suo cospetto come foglie al vento.
Attenzione: non stiamo parlando delle autorizzazioni amministrative, che spettano agli enti competenti. Parliamo di qualcosa di altrettanto importante: la disponibilità politica e sociale del territorio a collaborare con ENI, condividere le sue prospettive e accompagnare le sue nuove esigenze industriali ed energetiche. E questo nonostante l’azienda non abbia ancora mantenuto gli impegni precedentemente sottoscritti, dimostrandosi, nei fatti, un interlocutore quanto meno inaffidabile. In sostanza, si rischia di offrire nuovamente a ENI la disponibilità del territorio, senza aver prima ottenuto il rispetto delle promesse fatte.
Ed è proprio qui che la richiesta di separare le vertenze assume un significato particolare. Immaginiamo, infatti, che ENI abbia bisogno di confrontarsi con il territorio per portare avanti nuovi progetti o ridefinire la propria presenza industriale. Quale posizione dovrebbe assumere una comunità che da quindici anni attende la realizzazione degli impegni sottoscritti?
La risposta dovrebbe essere elementare: prima di discutere nuove disponibilità e nuove prospettive, ENI deve rendere conto di ciò che ha promesso e non ha realizzato. In una trattativa complessiva, il territorio potrebbe far valere proprio questa condizione politica. Non si può chiedere nuova collaborazione senza affrontare il problema degli accordi precedenti.
Separando invece le vertenze, si rischia di ottenere esattamente il risultato opposto: le nuove esigenze di ENI potrebbero essere discusse autonomamente, senza che il mancato rispetto degli impegni del 2009 e del 2011 diventi una questione preliminare dell’intero confronto.
Ecco perché la richiesta sindacale di separare i tavoli è politicamente inaccettabile. Nessun sindacalista consapevole della propria funzione rinuncerebbe volontariamente a una parte della propria forza contrattuale, frammentando il confronto con l’azienda. Farlo significa indebolire i lavoratori e lasciare a ENI maggiore libertà di manovra. È difficile non riconoscere, ancora una volta, i contorni di una partita nella quale le carte sembrano già distribuite.
La contraddizione diventa ancora più evidente se consideriamo la posizione espressa dall’assessore regionale all’Industria Emanuele Cani proprio in occasione della cabina di regia.
Cani ha dichiarato:
«Non vogliamo fare una politica del carciofo, analizzando un pezzo alla volta le ipotesi di programma industriale ed energetico con cui Eni intende rimodulare la propria presenza nell’Isola».
Una posizione che va nella direzione opposta rispetto alla richiesta sindacale recepita dai sindaci.
La Regione intende affrontare la presenza di ENI attraverso una visione industriale ed energetica complessiva, nella quale la Chimica Verde dovrebbe rappresentare un elemento centrale. Non vuole esaminare un singolo pezzo alla volta, lasciando sullo sfondo le conseguenze delle altre scelte industriali.
Non è un dettaglio. La programmazione energetica regionale, attraverso il PEARS, rappresenta proprio lo strumento con cui la Sardegna cerca di definire una propria strategia energetica e produttiva. ENI non opera in un vuoto politico e territoriale: le sue iniziative devono confrontarsi con gli indirizzi regionali, le procedure previste e le esigenze delle comunità interessate.
Il contrasto emerso il 3 novembre è evidente. L’assessore Cani chiede di valutare in un unico quadro industriale ed energetico tutte le iniziative con cui ENI intende ridefinire la propria presenza in Sardegna. I sindacati, invece, chiedono di tenere separata la vertenza della Chimica Verde dalle altre partite industriali, richiesta che i sindaci fanno propria. Due impostazioni opposte: da una parte una strategia complessiva, dall’altra la frammentazione delle politiche industriali. Ma a chi giova questa separazione suicida?
Non certamente ai pochi lavoratori rimasti in attività nello stabilimento, che attendono da quindici anni risposte concrete. E neppure a un territorio che avrebbe tutto l’interesse a presentarsi davanti alla multinazionale con una posizione unitaria, capace di collegare gli investimenti richiesti, le ricadute occupazionali e il rispetto degli impegni precedenti.
E i sindacati, ancora una volta, sembrano concordi nello spacchettare e dividere il fronte, indebolendolo anziché unirlo e rafforzarlo. Una scelta che solleva una domanda tanto ovvia quanto inevitabile: ma per chi lavorano?
C’è infine una questione che riguarda il futuro della CGIL sarda. La nuova segretaria generale Simona Fanzecco si è appena insediata e non abbiamo motivo di attribuirle responsabilità personali per scelte maturate prima del suo arrivo. Ci chiediamo però se abbia compreso il meccanismo politico e negoziale che si sta riproponendo intorno a ENI e se intenda davvero prendere le distanze da questo modo di gestire la vertenza.
Sarebbe davvero un peccato se anche la nuova stagione della CGIL sarda dovesse cominciare ripetendo gli errori della precedente.
Il velo pietoso delle fasce tricolori
I sindaci Mulas, Cacciotto e Mascia chiudono la loro nota dichiarando di voler restare là dove sono sempre stati: «accanto ai sindacati e ai lavoratori, in favore di una battaglia decisiva anche per difendere e tutelare la dignità e i diritti dell’intera comunità metropolitana».
È qui che il velo pietoso diventa complicità politica.
Mettere sullo stesso piano i lavoratori, vittime di quindici anni di desertificazione industriale, licenziamenti ed emigrazione, e gli apparati sindacali che hanno firmato accordi a perdere senza adeguate garanzie significa fare da scudo istituzionale a chi ha contribuito a produrre le macerie di Porto Torres.
La dignità di una comunità non si difende offrendo copertura politica a sindacalisti in cerca di alibi. Non si difende nemmeno partecipando alla costruzione di un nuovo accordo mentre quello precedente resta inattuato.
E soprattutto non si difende rinunciando a utilizzare il peso politico e sociale del territorio proprio quando ENI potrebbe avere interesse a ottenere una nuova disponibilità delle istituzioni e delle comunità locali.
La domanda che dei buoni sindaci dovrebbero rivolgere a ENI è una sola: prima di chiedere al territorio di accettare nuovi impianti eolici e fotovoltaici, che producono energia senza garantire nuova occupazione e gravano ulteriormente su un territorio già segnato da decenni di servitù industriali, siete finalmente disposti a rispettare gli impegni assunti anche con le nostre amministrazioni?
Il Nord Ovest Sardegna non ha bisogno di un’altra cabina di regia, di un altro tavolo separato o di un altro protocollo da celebrare. Ha bisogno che qualcuno cominci finalmente a fare gli interessi del cittadini portando risultati a casa, non altri accordi privi di sostanza.



