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Corveddu ammette il trucco della Chimica Verde

Le parole di Salvatore Corveddu sulla Chimica Verde riaprono una delle vicende più controverse della storia industriale di Porto Torres. Un viaggio tra accordi, dismissioni, promesse e le obiezioni che Antonio Rudas sollevò fin dall'inizio.
Impianti industriali di Porto Torres circondati da cardi spinosi con il cartello

Per quindici anni la Chimica Verde è stata presentata come la grande occasione di rilancio industriale di Porto Torres. Oggi, però, a definirla pubblicamente un “trucco” è Salvatore Corveddu, uno dei protagonisti della storia e delle vicende del petrolchimico di Porto Torres. Le sue parole riaprono una discussione che sembrava chiusa da tempo e riportano l’attenzione su una delle pagine più controverse della storia industriale del Nord Sardegna, tra promesse mancate, scelte contestate e responsabilità che il tempo non ha cancellato.

Chi è Salvatore Corveddu

Per comprendere il significato delle sue dichiarazioni bisogna ricordare chi sia Salvatore Corveddu e quale ruolo abbia avuto nella storia industriale di Porto Torres.

Corveddu non è una voce che arriva dall’esterno. È stato uno dei protagonisti delle vicende sindacali che per decenni hanno accompagnato la vita del petrolchimico turritano. Ex lavoratore della SIR e successivamente dell’ENI, ha attraversato tutti i livelli della rappresentanza sindacale nella categoria dei chimici della CGIL. Dalla dimensione provinciale a quella regionale, fino ai più alti incarichi nazionali. Un percorso che lo ha portato a partecipare direttamente alle trattative e ai confronti che hanno segnato alcune delle scelte più importanti per il futuro industriale di Porto Torres.

Quando oggi definisce la Chimica Verde un “trucco”, quindi, non parla da semplice osservatore. Parla da dirigente sindacale che quella stagione l’ha vissuta dall’interno. Ne ha condiviso aspettative, scelte e risultati. È proprio questo a rendere particolarmente significativo il suo giudizio.

Per anni il dibattito sulla Chimica Verde è stato dominato da una narrazione sostanzialmente unanime. Le parole di Corveddu assumono quindi un peso particolare. Provengono da chi, in quella prospettiva, ha creduto e ha contribuito a sostenerla. Negli anni che precedettero la nascita della Chimica Verde, difese pubblicamente la validità dei piani industriali condivisi con le aziende del settore. Attraverso il proprio ruolo sindacale accompagnò le diverse fasi della riorganizzazione produttiva che interessarono Porto Torres.

Anche quando vennero annunciate cessazioni produttive e ridimensionamenti destinati a incidere sul futuro del petrolchimico, la categoria dei chimici continuò a perseguire la strada della concertazione. In concreto, ciò significava condividere con l’ENI un percorso fondato sulla progressiva dismissione delle produzioni storiche e sulla riduzione degli organici. La convinzione era che la chiusura delle attività esistenti sarebbe stata compensata dall’arrivo di nuove produzioni e di nuove opportunità occupazionali. Quella prospettiva trovò la propria sintesi nella Chimica Verde, che oggi lo stesso Corveddu definisce un “trucco”.

Non è irrilevante ricordare che nel 2011 Corveddu figurava tra i fondatori del circolo cittadino Ecodem di Porto Torres. Erano i mesi in cui la Chimica Verde veniva presentata come il simbolo della nuova politica industriale fondata sulla Green Economy. Un elemento che testimonia quanto fosse inserito nel clima culturale e politico che accompagnò quella stagione. Un coinvolgimento che non si esaurì con la sua esperienza sindacale. Continuò a manifestarsi anche negli anni successivi, quando la Chimica Verde veniva ancora proposta come la principale prospettiva di rilancio industriale del territorio.

È proprio per questo motivo che le sue dichiarazioni odierne assumono un significato particolare. Non rappresentano la critica di chi combatté quel progetto fin dall’inizio. Rappresentano la presa d’atto di uno dei protagonisti di quella stagione. Un protagonista che per anni contribuì a sostenere una prospettiva oggi definita dallo stesso Corveddu un “trucco”.

Per questo le sue parole meritano attenzione. Non perché chiudano la discussione, ma perché la riaprono. E riportano sotto una luce diversa scelte che hanno inciso profondamente sul futuro industriale di Porto Torres.

Le parole di Napolitano e il grande sogno della Chimica Verde

Nel suo recente intervento Salvatore Corveddu ha richiamato una frase attribuita all’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano:

“Tornate a casa perché grazie alle vostre lotte in Sardegna, a Porto Torres, arriverà il più grande investimento del settore in Europa.”

Corveddu colloca quelle parole nel 2011 e le presenta come il simbolo del clima politico e istituzionale che accompagnò la nascita della Chimica Verde. Un clima caratterizzato da aspettative enormi e da una fiducia quasi assoluta nel progetto che avrebbe dovuto sostituire la chimica tradizionale.

Non si parlava di una semplice ipotesi industriale. Non si parlava di una scommessa da verificare nel tempo. La Chimica Verde veniva presentata come una certezza. Come il motore di una nuova stagione di sviluppo destinata a garantire occupazione, investimenti e prospettive durature per il territorio.

Le produzioni tradizionali avrebbero lasciato spazio a nuove attività. Porto Torres sarebbe diventata uno dei simboli europei della Green Economy. Questo era il messaggio che arrivava ai lavoratori, alle istituzioni e all’opinione pubblica.

L’operazione ricevette il sostegno della politica nazionale, della Regione Sardegna, delle organizzazioni sindacali e delle principali istituzioni del Paese. La Chimica Verde non veniva raccontata come una possibilità tra tante. Veniva presentata come il futuro di Porto Torres.

Oggi, però, è lo stesso Corveddu a definire quella prospettiva un “trucco” e un “fallimento”. Un giudizio che apre inevitabilmente una domanda. Se davvero si è trattato di un trucco, in cosa consisteva esattamente?

Lo stesso Corveddu non lo spiega chiaramente. E questo non è un dettaglio secondario. Perché se quel termine fosse riferito alle istituzioni che sostennero il progetto, si dovrebbe ipotizzare che esse fossero consapevoli fin dall’inizio dell’assenza di reali prospettive industriali. Un’ipotesi difficile da sostenere.

La questione potrebbe quindi essere un’altra. Non ciò che le istituzioni sapevano o non sapevano, ma il modo in cui il territorio fu chiamato ad accettare la progressiva dismissione della chimica tradizionale sulla base di prospettive future che dovevano ancora dimostrare la propria solidità.

In quel contesto quasi nessuno sembrava disposto a mettere in discussione la narrazione dominante. Chi esprimeva dubbi rischiava di apparire ostile al cambiamento. Chi chiedeva maggiori garanzie veniva spesso considerato incapace di cogliere le opportunità offerte dalla nuova fase industriale.

Eppure, proprio mentre Porto Torres veniva invitata a guardare con fiducia al futuro, all’interno dello stesso sindacato stava emergendo una lettura profondamente diversa della situazione.

Quando Antonio Rudas disse che la chimica di base era finita

In quegli anni Antonio Rudas ricopriva l’incarico di Segretario Generale della CGIL di Sassari. Ancora oggi la sua posizione viene spesso raccontata in modo impreciso. Molti continuano a credere che fosse tra coloro che difendevano la chimica di base e si opponevano alla trasformazione del polo industriale.

La realtà era molto diversa.

Rudas sosteneva pubblicamente che la chimica di base fosse arrivata al termine del proprio ciclo industriale in Italia. Riteneva che continuare a raccontare ai lavoratori il contrario significasse ignorare una realtà ormai evidente. Per questo invitava il territorio ad avere il coraggio di guardare in faccia la situazione e di confrontarsi con ciò che stava realmente accadendo.

Questa posizione provocò forti contrasti. Per molti ammettere che la chimica di base fosse destinata a scomparire equivaleva ad arrendersi. Per Rudas, invece, rappresentava il punto di partenza di qualsiasi strategia credibile a tutela dei lavoratori e del territorio.

Il contrasto nasceva da una contraddizione che Rudas riteneva evidente. Mentre la categoria dei chimici continuava a dichiarare pubblicamente di voler difendere la chimica di base, sottoscriveva accordi con l’ENI che ne accompagnavano la progressiva dismissione.

Secondo Rudas, il territorio rischiava così di concentrarsi su una battaglia ormai persa in partenza, perdendo di vista la questione decisiva. Non se la chimica di base sarebbe sopravvissuta, ma quali investimenti, quali attività produttive e quali garanzie occupazionali sarebbero arrivate in cambio della sua chiusura.

La sua analisi partiva da una considerazione semplice. Le produzioni della chimica di base erano sempre meno competitive e molte risultavano ormai fuori dalla strategia industriale dell’ENI. L’ente aveva quindi deciso di avviarne la progressiva dismissione. Rudas ne era consapevole e non riteneva realistico immaginare un ritorno al passato.

L’azienda non aveva bisogno del consenso del sindacato per perseguire quella strategia. Aveva però bisogno di un consenso politico e sociale che rendesse quelle scelte sostenibili agli occhi dell’opinione pubblica e delle istituzioni. Era proprio su quel consenso che, secondo Rudas, si sarebbe dovuta esercitare la forza negoziale del territorio.

La questione non era impedire una chiusura che appariva ormai inevitabile. La questione era capire quali investimenti, quali attività produttive e quali garanzie occupazionali sarebbero arrivate in cambio. In altre parole, il problema non era la fine della chimica di base. Il problema era il futuro che avrebbe dovuto sostituirla.

Riletta oggi, alla luce delle dichiarazioni di Corveddu, questa vicenda assume inevitabilmente una prospettiva diversa. Perché mentre Rudas denunciava fin dall’inizio il rischio che il territorio accettasse le dismissioni sulla base di promesse ancora da verificare, uno dei protagonisti di quella stagione arriva oggi a definire il risultato finale un “trucco”.

Ed è proprio in questa distanza tra ciò che veniva denunciato allora e ciò che viene riconosciuto oggi che si trova una delle chiavi di lettura più significative dell’intera vicenda.

Perché i chimici si opposero a quella posizione

È proprio a questo punto che emerge una delle contraddizioni più significative dell’intera vicenda. Mentre Antonio Rudas sosteneva pubblicamente che la chimica di base fosse arrivata al termine del proprio ciclo industriale, i dirigenti della categoria dei chimici, a tutti i livelli, contrastavano quella posizione e continuavano a sostenere la necessità di difendere le produzioni esistenti.

La critica rivolta a Rudas era chiara. Affermare che la chimica di base non avesse più un futuro avrebbe indebolito la mobilitazione dei lavoratori e favorito la strategia dell’ENI. Per questo motivo le sue dichiarazioni vennero contestate con forza.

Eppure proprio in quegli anni continuavano a essere sottoscritti accordi che accompagnavano la progressiva dismissione degli impianti e il ridimensionamento delle attività produttive del polo petrolchimico.

Qui si collocava il nucleo del dissenso.

Secondo Rudas non era possibile sostenere contemporaneamente due tesi opposte. Non si poteva dichiarare di voler difendere la chimica di base e, nello stesso tempo, firmare accordi che ne accompagnavano la progressiva uscita di scena.

Da una parte si parlava di difesa delle produzioni esistenti. Dall’altra si accettavano percorsi che ne preparavano la chiusura. Era una contraddizione che Rudas denunciava apertamente e che riteneva dannosa per la capacità del territorio di affrontare il vero problema.

A suo giudizio, infatti, il confronto con l’ENI avrebbe dovuto concentrarsi non sulla sopravvivenza di produzioni ormai destinate alla dismissione, ma sulle condizioni alle quali il territorio avrebbe accettato quella trasformazione.

La domanda non era se la chimica di base sarebbe sopravvissuta. La domanda era quale futuro industriale avrebbe preso il suo posto. È per questo che il contrasto tra le due posizioni non riguardava il destino finale degli impianti. Quel destino appariva già segnato. Riguardava piuttosto il modo di affrontarlo e il prezzo che il territorio avrebbe dovuto chiedere in cambio del proprio consenso.

A distanza di anni, e alla luce delle parole pronunciate oggi da Corveddu, quella contraddizione appare ancora più evidente. Perché il punto centrale della discussione non era stabilire se la chimica di base sarebbe finita. Il punto era capire cosa sarebbe arrivato dopo e quali garanzie reali sarebbero state offerte ai lavoratori e al territorio.

La vera posta in gioco: cosa ci date in cambio?

Una volta riconosciuto che la chimica di base era destinata a chiudere, per Antonio Rudas la discussione doveva spostarsi su un altro terreno. La domanda non era più se gli impianti sarebbero sopravvissuti. La domanda era cosa sarebbe arrivato al loro posto.

Secondo Rudas, il territorio non doveva accontentarsi di annunci, protocolli d’intesa o promesse di investimenti futuri. Doveva pretendere garanzie concrete e verificabili.

La sua posizione era semplice. Prima si realizzano le nuove attività produttive. Prima si dimostra che gli investimenti esistono davvero. Prima si verificano la sostenibilità industriale dei nuovi progetti e la loro capacità di creare occupazione. Solo dopo si può discutere della definitiva chiusura delle attività esistenti.

In questa impostazione non vi era alcuna difesa nostalgica della chimica di base. Vi era invece la convinzione che il territorio non dovesse rinunciare alla propria forza contrattuale senza avere ottenuto risultati tangibili.

Rudas riteneva che il consenso richiesto al territorio avesse un valore. Per questo motivo non doveva essere concesso gratuitamente. Doveva tradursi in nuove produzioni già operative, in investimenti già avviati e in prospettive occupazionali verificabili.

La differenza rispetto alla linea sostenuta dai chimici era tutta qui.

Mentre si chiedeva ai lavoratori e alle istituzioni di accettare subito la chiusura delle produzioni esistenti, le compensazioni industriali venivano rinviate al futuro. Prima si smantellava ciò che esisteva. Solo dopo si sarebbe verificato se le nuove attività promesse sarebbero realmente arrivate.

Era proprio questo il percorso che Rudas contestava.

A suo giudizio il territorio stava cedendo la propria principale forza negoziale in cambio di impegni che dovevano ancora essere dimostrati nei fatti. Ed è su questa diversa lettura del rapporto con l’ENI che si consumò uno degli scontri sindacali più duri di quella stagione.

Riletta oggi, questa posizione appare sorprendentemente lineare.

Se un territorio accetta la chiusura delle attività esistenti prima che quelle sostitutive siano state realizzate, rinuncia alla parte più importante della propria forza negoziale. Una volta ottenuto il consenso alle dismissioni, infatti, ciò che è destinato a chiudere chiude subito. Ciò che dovrebbe sostituirlo resta invece affidato a impegni e promesse da verificare nel tempo.

Antonio Rudas riteneva che il percorso dovesse essere esattamente opposto. Prima le nuove produzioni. Prima i nuovi investimenti. Prima le nuove opportunità occupazionali. Solo dopo la definitiva chiusura degli impianti esistenti.

Per spiegare il suo ragionamento si può ricorrere a un esempio semplice. Chi decide di sostituire un’automobile non consegna quella vecchia allo sfasciacarrozze per poi sperare che qualcuno gli porti quella nuova. Prima ottiene il nuovo mezzo e solo dopo si priva del precedente.

È proprio alla luce di questa logica che le parole pronunciate oggi da Corveddu assumono un significato particolare. Perché se la Chimica Verde si è rivelata un “trucco”, la domanda diventa inevitabile. Il territorio si sarebbe trovato nella stessa situazione se avesse subordinato il proprio consenso alla concreta realizzazione delle attività promesse?

È una domanda che quindici anni fa divideva profondamente il sindacato. Oggi, alla luce dei risultati raggiunti, merita probabilmente di essere riletta con maggiore attenzione.

Perché Rudas definì una porcheria l’accordo

Fu proprio questa diversa lettura della situazione a portare Antonio Rudas a definire pubblicamente una “porcheria” l’accordo che avrebbe accompagnato il percorso della Chimica Verde. Accordo che volle e che firmo contro il suo stesso parere la CGIL nella sua massima espressione di rappresentanza.

Si trattava di una parola forte. Non di uno slogan pronunciato per attirare attenzione. Dietro quel giudizio vi era una precisa valutazione politica e sindacale.

Rudas riteneva che l’accordo affrontasse con estrema precisione il destino delle produzioni esistenti, ma lasciasse aperte troppe incognite sul futuro che avrebbe dovuto sostituirle.

Le chiusure erano individuate. I ridimensionamenti erano individuati. Gli impegni richiesti al territorio erano immediati. Molto meno definito appariva invece il quadro delle attività che avrebbero dovuto garantire nuova occupazione e nuovo sviluppo.

Per questo motivo considerava sbagliato concedere il consenso alle dismissioni senza che le contropartite industriali fossero già visibili, verificabili e concretamente avviate.

La sua critica non era rivolta alla ricerca, all’innovazione o alle nuove tecnologie. Era rivolta al rapporto tra ciò che il territorio era chiamato a perdere nell’immediato e ciò che avrebbe dovuto ricevere in futuro.

È proprio qui che si collocava il nucleo della sua opposizione.

Secondo Rudas, un accordo equilibrato avrebbe dovuto ridurre le incertezze sulle attività sostitutive prima di accompagnare la chiusura di quelle esistenti. L’intesa che veniva proposta seguiva invece il percorso opposto.

All’epoca quella posizione venne considerata isolata e minoritaria. Oggi, però, le parole pronunciate da Salvatore Corveddu riportano inevitabilmente l’attenzione su quella contestazione e sulle domande che essa poneva.

Da una porcheria a un trucco

A distanza di oltre quindici anni, colpisce il confronto tra le parole utilizzate da Antonio Rudas e quelle pronunciate oggi da Salvatore Corveddu.

Quando la Chimica Verde veniva presentata come il futuro di Porto Torres, Rudas definì una “porcheria” l’accordo che ne accompagnava il percorso. Lo fece in una fase in cui quella prospettiva godeva del sostegno della politica, delle istituzioni e di gran parte del sindacato.

Oggi, dopo aver assistito agli sviluppi di quella vicenda, Corveddu parla invece di un “trucco” e di un “fallimento”.

Le parole sono diverse. Diverso è il momento storico in cui vengono pronunciate. Eppure entrambe esprimono un giudizio profondamente critico su una delle operazioni industriali più importanti della storia recente di Porto Torres.

Ed è proprio questo a rendere rilevanti le dichiarazioni di Corveddu. Non perché chiudano la discussione, ma perché la riaprono.

Le responsabilità che la storia non cancella

La Chimica Verde non fu il progetto di una sola persona. Fu una scelta sostenuta da una vasta rete di soggetti politici, istituzionali e sindacali.

Per questo motivo le parole di Corveddu non possono essere archiviate come una semplice valutazione personale. Se uno dei protagonisti di quella stagione definisce oggi quel progetto un “trucco”, è inevitabile chiedersi quale sia la posizione degli altri protagonisti di allora.

Condividono oggi quella valutazione oppure no?

Ritengono che Porto Torres abbia ricevuto ciò che era stato promesso?

Oppure ritengono che le perplessità espresse allora meritino di essere riconsiderate alla luce degli sviluppi successivi?

Sono domande che riguardano anche dirigenti che in quegli anni ricoprivano ruoli di primo piano nella CGIL, a partire da Susanna Camusso. Riguardano inoltre quanti, a livello nazionale e territoriale, sostennero quella strategia e ne difesero pubblicamente la validità.

Perché se oggi uno dei protagonisti di quella stagione parla di un “trucco”, il confronto con quella valutazione non può riguardare soltanto lui. Non si tratta di processare il passato. Si tratta di comprenderlo. Perché una comunità non cresce rimuovendo i propri errori. Cresce analizzandoli.

La risposta di Antonio Rudas

Abbiamo sentito Antonio Rudas, allora segretario generale della CGIL di Sassari, e gli abbiamo chiesto cosa ne pensa della recente presa di posizione di Salvatore Corveddu. Ecco la sua risposta.

«Le dichiarazioni di Salvatore Corveddu, con il quale mi sono spesso scontrato, sono importanti perché rappresentano una presa d’atto dei gravissimi errori commessi in quegli anni. Errori che un intero territorio continua ancora oggi a pagare sulla propria pelle.

Le accolgo con favore, anche se con un certo rammarico. Mi chiedo infatti cosa sarebbe accaduto se si fosse accorto del trucco prima di firmare gli accordi con l’ENI. Se si fosse cioè rifiutato di sottoscriverli. Se avesse semplicemente detto: “Non firmo accordi che chiudono ciò che esiste in cambio di ciò che forse esisterà domani. Prima costruite il nuovo, poi discutiamo della chiusura del vecchio”.

Ma, in fondo, ormai questo ha poca importanza. Corveddu non era certo il solo a sostenere quelle posizioni. Se avesse scelto una strada diversa, probabilmente ne avrebbe pagato le conseguenze personali, come è accaduto a me. Sinceramente, e non lo dico con sarcasmo, non mi dispiace affatto che il destino gli abbia risparmiato quel prezzo.

Personalmente rifarei tutto senza alcuna esitazione. Del resto è meglio perdere stando dalla parte giusta che vincere per poi arrampicarsi sugli specchi del revisionismo storico nel tentativo di allontanare da sé le proprie responsabilità.

Perché questo è l’unico trucco che non riesce. La coscienza, se ne hai una, non te lo permette.»

Autore: CGL