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CGIL: Durante e Muretti diffidano Giorgia Meloni

Quindici anni dopo, la vertenza della Chimica Verde di Porto Torres è incredibilmente ancora aperta. Le responsabilità della CGIL continuano a pesare su una vicenda che ha fortemente penalizzato lavoratori, famiglie e territorio.
Giorgia Meloni e la diffida sulla Chimica Verde di Porto Torres, con impianto industriale e documento legale in primo piano.

Secondo quanto riportato dagli organi di stampa, la CGIL di Sassari avrebbe diffidato il Presidente del Consiglio sulla vicenda della Chimica Verde. È una scelta che pone un interrogativo inevitabile. Le recentissime dichiarazioni dei suoi stessi dirigenti sembrano infatti chiamare in causa, prima ancora del Governo, il ruolo svolto dalla stessa CGIL nella costruzione di quel progetto. Vale quindi la pena provare a capire quale partita si stia davvero giocando.

In questo articolo approfondiremo la vicenda per capire se questa ennesima iniziativa della CGIL produrrà finalmente risultati concreti per i lavoratori oppure se andrà semplicemente ad aggiungersi a una lunga sequenza di annunci che, finora, non hanno prodotto risultati.

Ci limiteremo a ricostruire i fatti, richiamando documenti e dichiarazioni pubbliche. Saranno poi i lettori a trarre le proprie conclusioni e a chiedersi se i sardi e, in particolare, i cittadini di Porto Torres, non siano passati dal fumo delle ciminiere a quello di una propaganda che, dopo tanti anni, non solo ha finito per stancare, ma è ormai divenuta del tutto irrilevante.

Ci sono fatti che nessuno può contestare. A distanza di quindici anni la vertenza sulla cosiddetta Chimica Verde è ancora aperta. L’accordo accolto e sostenuto con grande entusiasmo non ha prodotto i risultati promessi. Molti lavoratori hanno perso il posto di lavoro e molti sono stati costretti a emigrare. Il territorio ha pagato, e continua a pagare, un prezzo altissimo. Le bonifiche restano incomplete. L’incidenza delle patologie tumorali continua a destare forte preoccupazione e richiede la massima attenzione delle istituzioni e della comunità scientifica. Se volessimo elencare tutte le conseguenze di questa vicenda, un solo articolo non basterebbe a contenerle.

La reazione dei lavoratori dell’ex petrolchimico

È anche un dato di fatto che la CGIL di Sassari si è resa protagonista dell’ennesima iniziativa mediatica. Insieme ad alcuni esponenti delle istituzioni locali, il sindacato ha promosso una mobilitazione culminata nella notifica di una diffida legale al Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni, contestandogli la mancata convocazione della cosiddetta “cabina di regia” sulla Chimica Verde.

È altrettanto significativo che, proprio in questi giorni, siamo stati contattati da alcuni dei numerosi lavoratori che hanno lasciato la FIOM CGIL di Sassari dopo le dimissioni del suo ex segretario, Gavino Doppiu. La scelta di Doppiu di abbandonare la CGIL per assumere la guida di un’altra organizzazione sindacale è stata infatti seguita da un significativo numero di iscritti. Pur provenendo da esperienze personali diverse, le loro testimonianze convergono tutte in un medesimo sentimento, che può essere fedelmente riassunto in queste parole:

«Quella della CGIL di Sassari è propaganda spicciola, a buon mercato, messa in scena da un’organizzazione sindacale che ha perfino la sfacciataggine di considerare ancora “aperta” una vertenza che essa stessa ha contribuito, con le proprie scelte e con gli accordi sottoscritti, ad affossare anni fa.»

Come dargli torto? La levata di scudi di Fausto Durante e Massimiliano Muretti, arrivata fuori tempo massimo, assomiglia al tentativo di una dirigenza in evidente difficoltà di recuperare credibilità agli occhi dei lavoratori, mentre cresce il numero degli iscritti che scelgono di lasciare il sindacato. Dopo aver assecondato il progressivo smantellamento di un intero polo industriale, la CGIL sassarese sembra oggi puntare più sull’impatto mediatico di una diffida legale e delle immancabili fotografie di rito che su un serio confronto con le proprie responsabilità nella gestione della vertenza.

L’impressione è quella di un copione già visto: chi per anni ha contribuito a un percorso rivelatosi fallimentare oggi si propone come il suo più severo censore. Un teatro dell’assurdo nel quale chi ha concorso ad aprire la strada al disastro pretende ora di presentarsi come il primo difensore del territorio.

I protagonisti del disastro e la vendetta contro Antonio Rudas

Per comprendere fino in fondo questa vicenda è necessario soffermarsi sul ruolo svolto da Fausto Durante e Massimiliano Muretti. Sono le loro dichiarazioni, le scelte compiute nel corso degli anni e i risultati conseguiti a fornire gli elementi necessari per valutarne credibilità e responsabilità.

Proprio Massimiliano Muretti, attuale segretario della Camera del Lavoro di Sassari, firmò la delibera che portò al licenziamento di Antonio Rudas, un provvedimento che la magistratura ha successivamente dichiarato illegittimo con una decisione definitiva, confutandone le motivazioni poste a suo fondamento.

Quali erano, allora, le vere colpe di Antonio Rudas, se quelle poste a fondamento del suo licenziamento sono state confutate dai giudici?

La risposta, probabilmente, va ricercata altrove. Rudas aveva scelto di denunciare, fin dal primo giorno, quelle che riteneva le profonde criticità del progetto della Chimica Verde, mettendone in discussione la sostenibilità industriale e definendolo un grande inganno ai danni dei lavoratori e del territorio. Critiche e previsioni che, con il trascorrere degli anni, hanno trovato riscontro negli eventi successivi.

Rudas non si limitò a sollevare dubbi. Portò dati, evidenziò l’assenza di concrete garanzie occupazionali e sostenne che la cosiddetta Chimica Verde costituisse l’espediente attraverso il quale ENI avrebbe potuto chiudere gli impianti tradizionali ottenendo in cambio il consenso a un progetto fondato sulla promessa di sviluppo del territorio e nuova occupazione, ma privo di impegni realmente vincolanti.

La risposta fu un durissimo scontro politico e sindacale. Tra i suoi più convinti oppositori vi fu proprio Massimiliano Muretti che, all’epoca, difendeva senza esitazioni l’accordo sulla Chimica Verde, respingendo le obiezioni dell’allora segretario Antonio Rudas e sostenendo un progetto presentato come la soluzione per il rilancio industriale del territorio.

Oggi, a distanza di quindici anni, lo stesso Muretti sostiene che quell’accordo debba essere riscritto. Un cambiamento di posizione che pone un interrogativo inevitabile: se le critiche di Rudas erano così infondate da giustificarne prima l’isolamento e poi il licenziamento, perché oggi vengono riproposte, seppure con quindici anni di ritardo, da chi allora le contrastava con tanta determinazione?

Eppure, invece di riconoscere gli errori commessi e assumerne le conseguenze, Muretti ha scelto un’altra strada: promuovere una diffida legale nei confronti del Governo per la mancata convocazione della cabina di regia su un progetto che, per anni, lui stesso ha sostenuto e difeso. Una scelta che molti lavoratori interpretano come il tentativo di riscrivere una storia che li ha fortemente penalizzati.

Corveddu e l’ombra di Morselli

In questo scenario si inserisce anche la vicenda di Salvatore Corveddu. Ex dirigente nazionale della FILCTEM CGIL, oggi sostiene che il progetto della Chimica Verde fosse, in realtà, un “trucco”. Un giudizio che giunge con quindici anni di ritardo rispetto a quello espresso da Antonio Rudas, il quale aveva denunciato fin dall’inizio le profonde criticità. Una presa di posizione tardiva che inevitabilmente solleva una domanda: perché questa consapevolezza emerge soltanto oggi, quando migliaia di lavoratori hanno già pagato il prezzo di quelle scelte?

Dopo aver letto un nostro articolo, Corveddu ci ha scritto una e-mail nella quale tenta di prendere le distanze da quella stagione, attribuendo le responsabilità alla rottura, avvenuta nel 2010, con l’allora segretario generale della FILCTEM CGIL, Alberto Morselli.

Si tratta di una ricostruzione che, a nostro avviso, non esaurisce la questione. La storia di quegli anni è documentata da accordi, verbali e prese di posizione pubbliche. Ed è proprio da quei documenti che emerge come l’intero apparato della FILCTEM CGIL, del quale Corveddu e Morselli erano autorevoli esponenti, abbia accompagnato e sostenuto il percorso che ha condotto alla progressiva dismissione della chimica di base.

E chi sedeva, in quegli stessi anni, tra i dirigenti di primo piano della CGIL dei chimici nel territorio? Massimiliano Muretti. Lo stesso dirigente che oggi si propone come protagonista di una diffida legale contro il Governo e sostiene la necessità di riscrivere un accordo che, all’epoca, contribuì a difendere.

Per questo motivo, le prese di distanza maturate dopo quindici anni non cancellano il ruolo svolto allora, né le conseguenze che quelle scelte hanno avuto sui lavoratori e sul territorio.

Le scelte compiute in quella fase contribuirono a ridurre progressivamente il livello di tutela dei lavoratori. Allo stesso tempo resero possibile la grande illusione della cosiddetta Chimica Verde.

Fu accettata la chiusura degli impianti tradizionali in cambio della promessa di una riconversione industriale capace di garantire sviluppo e occupazione. I fatti hanno dimostrato che quella promessa non è stata mantenuta. L’azienda avviò così la dismissione degli impianti senza realizzare le annunciate garanzie di sviluppo industriale e occupazionale.

Il tutto sotto la bandiera della riconversione ecologica, mentre le bonifiche ambientali restavano allora e restano, in larga parte, ancora oggi incompiute.

Le eredità di una stagione di promesse mancate

I protagonisti di questa stagione, sempre pronti a sventolare bandiere davanti ai fotografi, a convocare conferenze stampa e a notificare diffide legali, ma assai meno a promuovere vertenze sindacali capaci di tutelare davvero i lavoratori, prima o poi lasceranno la scena. Resta però una domanda alla quale sarà la storia di questo territorio a dover rispondere: quale eredità consegneranno alla Sardegna e, in particolare, al Nord Ovest dell’Isola?

La risposta, purtroppo, è già sotto gli occhi di tutti. Al posto del rilancio industriale promesso restano impianti dismessi, strutture abbandonate, bonifiche ancora in larga parte incompiute e migliaia di posti di lavoro perduti. Restano giovani costretti a costruire altrove il proprio futuro. Resta un territorio che, dopo quindici anni, continua ancora a pagare il prezzo di decisioni assunte allora.

Attribuire ogni responsabilità esclusivamente alle multinazionali sarebbe una ricostruzione incompleta. Le scelte industriali furono certamente determinanti, ma altrettanto determinante fu il comportamento di chi, chiamato a rappresentare e difendere i lavoratori, condivise e sostenne un percorso che avrebbe dovuto garantire occupazione, investimenti e risanamento ambientale e che, invece, ha lasciato una delle crisi industriali più profonde della storia recente della Sardegna.

L’intervista ad Antonio Rudas

CGLicenziamenti: Antonio, la CGIL di Sassari ha diffidato il Presidente del Consiglio chiedendo la convocazione della cabina di regia sulla Chimica Verde. Se ritiene che gli impegni previsti dall’accordo siano stati disattesi, perché non diffidare direttamente l’ENI?

Antonio Rudas: È una domanda che dovrebbe essere rivolta a chi oggi guida il sindacato. Posso limitarmi a un’osservazione: se si ritiene che gli impegni assunti siano stati violati, il primo soggetto da chiamare in causa dovrebbe essere proprio chi quegli impegni li aveva assunti.

CGLicenziamenti: Oggi sono gli stessi dirigenti della CGIL a sostenere che il progetto della Chimica Verde si sia rivelato un fallimento. Se è così, perché, a tuo avviso, si guarda al Governo e non all’ENI, cioè al soggetto che avrebbe dovuto dare attuazione a quell’accordo?

Antonio Rudas: Non spetta a me interpretare le scelte di altri. Posso però ricordare che, quando espressi le mie critiche, sostenni che quell’accordo non offriva ai lavoratori garanzie realmente esigibili. Per quella posizione fui isolato e, successivamente, licenziato.

CGLicenziamenti: Ritieni quindi che il problema risiedesse già nel contenuto dell’accordo?

Antonio Rudas: Assolutamente. Se un’intesa non stabilisce obblighi chiari e giuridicamente vincolanti, diventa molto difficile far valere in giudizio impegni che il testo non prevede con sufficiente precisione. Era questo il punto che contestavo fin dall’inizio.

CGLicenziamenti: Ritieni che l’ENI abbia comunque disatteso il piano industriale annunciato?

Antonio Rudas: Credo che i fatti siano sotto gli occhi di tutti. Basta confrontare ciò che era stato annunciato e sottoscritto con quanto è stato realmente realizzato. Oggi, del resto, sono gli stessi dirigenti della CGIL ad affermare che quel progetto è stato un fallimento.

CGLicenziamenti: Alla luce di questo, non ti sembra contraddittorio chiedere conto al Governo evitando di chiamare direttamente in causa, anche sul piano legale, chi quell’accordo avrebbe dovuto attuare?

Antonio Rudas: Ognuno è libero di scegliere la propria strategia. Io posso solo ribadire quanto sostenevo allora: se si ritiene che un accordo sia stato violato, è naturale rivolgersi innanzitutto a chi quegli impegni li aveva assunti. Il resto è una conseguenza talmente logica che ciascuno può trarne le proprie conclusioni.

CGLicenziamenti: Dopo quindici anni molti protagonisti di quella stagione riconoscono che la Chimica Verde non ha prodotto i risultati promessi. Ti senti, in qualche modo, riabilitato?

Antonio Rudas: Non ho mai cercato rivincite personali. Avrei preferito avere torto e vedere migliaia di lavoratori conservare il proprio posto di lavoro. Purtroppo è accaduto il contrario. Io ho perso il lavoro, ma il prezzo più alto lo hanno pagato i lavoratori, le loro famiglie e questo territorio. Oggi non sono più le mie parole a parlare: sono i fatti.

Autore: CGL