La miniera di Nuraxi Figus potrebbe diventare un grande polo per l’intelligenza artificiale. Un investimento da quasi 1,5 miliardi di euro e nuove opportunità di lavoro. Ma ci sono aspetti poco chiari che non vengono trattati. Proveremo a farlo noi, giusto per provare a capire quali siano i pro e i contro di questa nuova prospettiva industriale, se così si può chiamare.
Per decenni, nel Sulcis, l’energia ha avuto il volto del carbone. Migliaia di uomini hanno lavorato sottoterra, estraendo il combustibile che alimentava l’industria e le centrali elettriche. Oggi quella stessa miniera si prepara, almeno nelle intenzioni dei politici, a diventare qualcosa di completamente diverso: un’infrastruttura destinata all’intelligenza artificiale.
È il progetto Digital Vault Sulcis, promosso da Energy Vault nell’area di Nuraxi Figus. Un investimento annunciato nell’ordine di 1,49 miliardi di euro, destinato a trasformare il sito minerario dismesso in un polo per il calcolo e la gestione dei dati.
Un operazione che, a prima vista, contiene tutti gli ingredienti di una riconversione industriale. Il riutilizzo di infrastrutture esistenti, l’innovazione tecnologica, un importante investimento privato e nuove prospettive occupazionali. Ma proprio perché la posta in gioco è così alta, sarebbe sbagliato fermarsi agli aspetti positivi. Ci sono infatti alcune domande alle quali, almeno per ora, non sembra esserci una risposta sufficientemente chiara.
La prima, e forse la più importante, riguarda l’energia.
Il Digital Vault dovrebbe essere alimentato da energia rinnovabile. Ma da dove arriverà concretamente quella necessaria per far funzionare una struttura che, nello scenario a regime, potrebbe richiedere una potenza elettrica nell’ordine dei 100 megawatt? Sarà utilizzata quella già disponibile nella rete sarda? Oppure come sospettiamo saranno realizzati nuovi impianti fotovoltaici o eolici?
Perché il punto non è essere favorevoli o contrari al Digital Vault. Il punto è capire quale modello industriale ed energetico accompagnerà questa nuova prospettiva per il Sulcis.
E soprattutto capire se la trasformazione di una miniera di carbone in una grande infrastruttura per l’intelligenza artificiale è davvero una opportunità per la Sardegna oppure se, accanto ai possibili vantaggi, finirà per produrre anche nuovi problemi che oggi non vengono ancora pienamente valutati. È da qui che prende le mosse la nostra inchiesta.
Dalla miniera al data center
Partiamo da un dato che non può essere ignorato. Il progetto nasce dentro una miniera che ha già conosciuto la fine della propria attività produttiva e che la Regione sta cercando da anni di riconvertire.
Il Digital Vault Sulcis rientra proprio in questo percorso. La Regione lo considera uno dei progetti strategici per dare una nuova funzione al sito di Nuraxi Figus e, dopo la dichiarazione di preminente interesse strategico nazionale, il progetto sembrerebbe entrato nella fase attuativa.
L’idea, almeno sulla carta, è affascinante: utilizzare infrastrutture e spazi di una vecchia miniera per ospitare una struttura tecnologica dedicata all’intelligenza artificiale e al cloud computing. È una di quelle trasformazioni che ci raccontano quanto sia cambiato il mondo industriale. Dove prima si estraeva carbone, domani potrebbero essere elaborati dati.
Una riconversione che ha qualche buon motivo per essere sostenuta
Prima di cercare i problemi, però, bisogna riconoscere ciò che nel progetto può rappresentare una vera opportunità. Il primo elemento positivo è il recupero di un’area industriale altrimenti destinata all’abbandono. Non si parte da un terreno sul quale costruire una nuova grande infrastruttura, ma da un patrimonio esistente che non deve rimanere inutilizzato.
Poi c’è l’investimento. 1,49 miliardi di euro non sono una cifra di poco conto per un territorio che da decenni cerca una nuova prospettiva industriale. Se una parte significativa di queste risorse resterà sul territorio attraverso lavori, servizi, forniture e nuove attività, l’effetto sull’economia locale potrebbe essere importante.
E poi c’è soprattutto il lavoro. Il progetto viene presentato come un’occasione per creare nuova occupazione e per accompagnare una parte dei lavoratori verso competenze diverse da quelle legate alla vecchia attività mineraria. Non è un passaggio semplice, ma nemmeno impossibile. Del resto, è proprio questo il senso di una riconversione. È giusto tenere presente che non si deve soltanto cambiare produzione, ma dare alle persone la possibilità di continuare a lavorare dentro un nuovo modello di sviluppo che ne migliori le condizioni.
Fin qui, dunque, i motivi per guardare al progetto con interesse ci sono. Ma un investimento importante e qualche centinaio di nuovi posti di lavoro non sono, da soli, sufficienti per farci dire con certezza che la riconversione porterà più vantaggi che svantaggi.
Un investimento da solo non basta
Fin qui abbiamo raccontato ciò che il progetto potrebbe portare al Sulcis. Ma una riconversione industriale non si misura soltanto dalla quantità di denaro che viene investita o dal numero di posti di lavoro annunciati.
Bisogna capire che cosa resterà realmente al territorio una volta che il progetto sarà entrato a regime. Perché un conto è avere un grande investimento che coinvolge imprese, lavoratori e competenze locali, un altro è avere una tecnologia che appare solida e importante ma che utilizza il nostro territorio senza riuscire a costruire intorno a sé una vera economia di scala.
La gestione delle attività minerarie del Sulcis è passata attraverso diverse fasi e diversi soggetti, fino ad arrivare alla Regione Sardegna, che oggi è proprietaria di Carbosulcis e del patrimonio minerario di Nuraxi Figus.
Ed è anche su questo che bisognerebbe fare molta attenzione, la miniera appartiene al patrimonio pubblico regionale. Ma il nuovo progetto che dovrebbe riportarla a una funzione industriale viene promosso da un investitore internazionale, Energy Vault, società svizzera.
Non è detto che questo sia un problema. Un investimento straniero può portare capitali, tecnologia e lavoro, e il Sulcis ha certamente bisogno di tutti e tre.
Ma se il Digital Vault viene presentato come strategico per il Sulcis, per la Sardegna e per l’Italia, allora è logico chiedersi perché un’infrastruttura così importante non sia nelle mani italiane. È il primo punto sul quale, a nostro avviso, sarebbe necessario fare chiarezza.
Dovremmo sapere chi controllerà l’infrastruttura, chi ne ricaverà il vero valore e quali garanzie avrà il territorio nel lungo periodo. Ed è una questione ancora più importante se ricordiamo che, quando le grandi attività minerarie sono entrate in crisi, il territorio e la collettività sono rimasti a pagarne da sole le conseguenze.
Oggi siamo davanti a una storia completamente diversa. Non c’è più il carbone, non ci sono più le gallerie da coltivare. Ci sono i dati, l’intelligenza artificiale e una nuova industria che promette di riportare investimenti e lavoro nel Sulcis. Ma proprio perché è un nuovo inizio, sarebbe bene non commettere gli stessi errori del passato.
Una miniera senza minatori
Per il Sulcis, la parola riconversione è ormai inflazionata e poco credibile. Per decenni la miniera ha rappresentato lavoro, reddito e identità. Da troppi anni, però, la ricerca di un’alternativa valida si è trasformata in una cocente delusione. Oggi quel modello non esiste più e al suo posto potrebbe arrivare un’attività completamente diversa, che questa volta appare concreta. Ma fino a che punto?
È proprio qui che il progetto merita di essere osservato con attenzione. Una grande infrastruttura tecnologica può generare investimenti e occupazione, ma non necessariamente nella misura attesa e propagandata a parole sui giornali.
Una cosa è certa: un data center non è una miniera. Non richiede migliaia di persone per estrarre, trasportare e lavorare il carbone. Richiede invece tecnici specializzati, informatici, ingegneri, esperti di reti, sistemi di sicurezza e manutenzione. Professioni diverse, spesso caratterizzate da competenze che nel territorio non sono ancora sufficientemente diffuse.
Per questo il dato sui nuovi posti di lavoro, preso da solo, rischia di essere l’ennesima delusione. La questione interessante è capire se quei posti nasceranno davvero nel Sulcis e se il territorio sarà messo nelle condizioni di occuparli.
Qui entra in gioco la formazione. Se la riconversione vuole essere qualcosa di più della semplice sostituzione di un’attività con un’altra, dovrebbe accompagnare questo cambiamento costruendo prima le competenze necessarie.
E c’è un altro elemento da non trascurare. Una parte dell’occupazione potrebbe essere legata alla fase di realizzazione del progetto e quindi avere una durata limitata, mentre un’altra dovrebbe rimanere quando il Digital Vault sarà pienamente operativo. Sono due numeri che non possono essere messi sullo stesso piano.
Per questo riteniamo che il numero dei posti di lavoro diretti debba essere indicato con precisione e diventare un impegno vincolante, mentre per quelli indiretti dovrebbe essere fornita almeno una stima seria e documentata.
Non basta parlare genericamente di nuova occupazione. Se Regione e investitore considerano questo progetto strategico per il futuro del Sulcis, dovrebbero mettere nero su bianco i numeri sui quali costruire una valutazione seria. Perché 1,49 miliardi di investimento sono una cifra enorme e, prima di considerarli automaticamente una grande opportunità, bisogna capire quale sarà il loro effettivo ritorno in termini di lavoro e di economia per il territorio.
Se alla fine scoprissimo che, a fronte di un investimento di questa dimensione, i posti di lavoro stabili fossero pochi e le ricadute sul territorio limitate, il gioco varrebbe davvero la candela? È una domanda che non riguarda la legittimità dell’investimento privato, ma l’interesse pubblico che la Regione deve tutelare quando accompagna un’operazione di questa portata.
Un accordo serio non dovrebbe investire soltanto nelle infrastrutture materiali. Dovrebbe occuparsi, e forse soprattutto, delle infrastrutture immateriali: le persone e le loro competenze. In questo caso, i giovani del Sulcis.
L’investitore privato non può non sapere quali e quante professionalità saranno necessarie per far funzionare il Digital Vault. Dovrebbe indicarlo con precisione.
Perché qui c’è un’altra questione che non possiamo eludere. L’intelligenza artificiale non è soltanto una nuova tecnologia: è anche una attività estremamente complessa che impatta sul sociale. Una produzione immateriale che tende per sua natura a sostituire gran parte del lavoro umano con sistemi automatizzati e robotizzati.
E allora quei 400 posti di lavoro tra occupazione diretta e indotto di cui si parla dovranno essere spiegati molto meglio. Ci dicano quanti saranno effettivamente necessari per mantenere in funzione il Digital Vault e quanti, invece, nasceranno nell’indotto.
Perché se il futuro della miniera sarà affidato a una tecnologia capace di fare sempre più cose senza l’intervento diretto dell’uomo, non possiamo utilizzare il semplice numero dei posti annunciati per misurare il successo della riconversione. Una riconversione che alla lunga potrebbe scavare nel mercato del lavoro distruggendo più posti di quanti ne creerebbe.
Peraltro è da questi numeri che dovrebbe partire il programma di formazione dei giovani del Sulcis. Non da corsi generici sull’intelligenza artificiale, ma dalla conoscenza precisa delle professionalità che resteranno indispensabili anche quando una parte crescente del lavoro sarà affidata alle macchine, che, per quanto ne sappiamo, tenderanno ad assorbire progressivamente quasi tutta la manodopera, sia manuale sia intellettuale.
I numeri non possono essere lasciati alle dichiarazioni. Se il Digital Vault viene presentato come una grande occasione occupazionale per il Sulcis, la Regione e l’investitore devono mettere nero su bianco quanti posti di lavoro verranno realmente creati e garantiti nel tempo.
C’è un punto sul quale, a nostro avviso, non si dovrebbe transigere: quei giovani dovrebbero essere retribuiti durante il percorso di formazione. Se stanno acquisendo le competenze necessarie per essere poi inseriti nel nuovo stabilimento, non possono essere considerati semplicemente studenti.
Stiamo investendo il territorio nella realizzazione di un progetto che per il momento non offre tutte le garanzie necessarie. Il recente comunicato della Regione non da sufficienti risposte.
Quanta Sardegna servirà per alimentarlo?
C’è un ulteriore aspetto di primaria importanza che non possiamo lasciare fuori da questa riflessione. Un ragionamento che rischia di perdersi dietro le parole “intelligenza artificiale”. Invece, abbiamo bisogno di usare quella cerebrale.
Un data center ha bisogno di energia elettrica in quantità molto elevate, disponibile con continuità. Se il progetto dovesse arrivare, a regime, a una capacità nell’ordine dei 100 megawatt, capire come verrà soddisfatto questo fabbisogno non è un dettaglio tecnico: è una scelta che riguarda direttamente il territorio. Sappiamo che si parla di energia rinnovabile e di sistemi di accumulo. Ma questo non ci dice ancora da dove arriverà l’energia.
Potrebbe essere utilizzata quella già disponibile nella rete sarda, oppure si potrebbe scegliere di produrne di nuova. Ma, visto che la Sardegna produce già più energia di quanta ne consumi, la seconda strada sarebbe una scelta discutibile, non una necessità. Una scelta che la Regione dovrebbe dichiarare prima di rendere esecutivo il progetto e mettere a disposizione la vecchia miniera.
Sappiamo che per il fotovoltaico a terra il rapporto con il territorio è abbastanza quantificabile. Un grande impianto richiede mediamente circa 1,7 ettari per ogni megawatt installato; applicando il dato mediano rilevato in Sardegna, 100 megawatt significherebbero circa 139 ettari, l’equivalente di circa 195 campi da calcio.
Con l’eolico il discorso è ancora più complesso. Non ci sono soltanto le pale, ma strade, piazzole, cavidotti, cabine ed elettrodotti, oltre alle distanze necessarie tra gli impianti. L’impatto sul territorio, quindi, non si misura soltanto nello spazio occupato fisicamente dalla struttura che stiamo prendendo in considerazione.
Ed è proprio qui che la questione diventa dirimente. Se l’energia necessaria è già disponibile, perché dovrebbe essere necessario consumare altro territorio per produrne di nuova? Se la Regione ritiene indispensabile coltivare i campi con nuove pale eoliche e pannelli solari, dovrebbe spiegarci se questo genere di investimenti valgono davvero la candela.
E la CGIL sarda cosa ha da dire?
Arrivati a questo punto, c’è un soggetto che non può restare fuori dalla discussione: la CGIL sarda. Considerato che vuole rappresentare gli interessi dei lavoratori, dovrebbe essere in grado di dirci quale idea ha del futuro industriale ed energetico dell’Isola, non soltanto esprimere un giudizio sul singolo investimento.
La CGIL sarda dovrebbe finalmente dirci quanta energia serve realmente alla Sardegna e, soprattutto, se ritiene ancora opportuno continuare a utilizzare il territorio dell’Isola per produrne altra destinata all’esportazione.
Una domanda tutt’altro che inutile, soprattutto se messa in relazione con le crisi industriali che la Sardegna continua a trascinarsi da decenni. Ha senso continuare a consumare territorio per produrre energia da esportare mentre interi settori industriali attendono ancora una soluzione?
Non chiediamo alla CGIL di essere favorevole o contraria al Digital Vault. Chiediamo qualcosa di più: una posizione chiara sul modello di sviluppo che questa operazione rappresenta.
Se l’energia prodotta in Sardegna deve servire anche a nuove attività industriali, bisogna capire quali e con quali ricadute sul territorio. Se invece continueremo a produrne più di quanta ne serve, consumando altro territorio per aumentare ulteriormente questa capacità, il sindacato dovrebbe dirci se ritiene che questa sia davvero la strada giusta per i lavoratori sardi.
E soprattutto dovrebbe farlo prima che le scelte siano compiute, quando ancora esiste la possibilità di incidere sulle decisioni.



